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Le Tesi del 46° Congresso del PRI: “Ricerca ed Innovazione: il rischio di perdere il treno dello sviluppo”

13 novembre 2010

ricercaeinnovazioneSintesi della relazione della Commissione tesi del PRI su Ricerca e innovazione

di Luciano Caglioti*

La crisi che stiamo attraversando si abbatte sui diversi paesi con modalità a loro volta diverse. Donde una prima considerazione, assolutamente banale ma utile per la comprensione del problema: chi se la cava meglio in questa gara? Quali sono i parametri principali che determinano contemporaneamente la crisi e le possibili soluzioni?

Innanzitutto alcune condizioni al contorno. Per la metà del secolo scorso il mondo è stato diviso in due grandi aree. L’area occidentale, libera e certamente in pieno sviluppo secondo un modello cosiddetto capitalista, e l’area orientale, caratterizzata da un sistema comunista. La prima si sviluppava soprattutto in virtù di un continuo progresso tecnologico che permetteva un arricchimento generalizzato attraverso la produzione crescente e diversificata di imprese di tutti i tipi. Sostenuta, questa produzione, dalla possibilità di accedere a fonti di energia che per almeno trenta anni dalla fine della guerra sono state caratterizzate da un costo molto basso. L’altra metà del pianeta era frenata da dittature che non consentivano un analogo modello di sviluppo. In sostanza, l’occidente produceva e vendeva beni di ogni tipo senza una vera concorrenza da parte dell’oriente. Russia, Cina, Europa dell’Est, Sudest asiatico e per motivi diversi India e Spagna – quest’ultima frenata da dittatura di segno opposto – non partecipavano a questo mercato centrato sullo sviluppo tecnologico.

Con la caduta del muro le cose sono cambiate. Le due zone, per decenni sostanzialmente separate, sono entrate in comunicazione. Ed è accaduto quello che avviene quando due vasi entrano in comunicazione fra loro: il livello dell’acqua tende a pareggiarsi. Il sistema commerciale tende a diventare unitario, il modello di sviluppo è unico. In campo ci sono due quadre che producono e, soprattutto, innovano. I parametri principali sono una totale libertà nella circolazione del denaro, un aumento dei flussi migratori, una contrazione delle barriere al commercio, un predominio del mercato su altri parametri e per converso un ridimensionamento del ruolo degli stati sovrani. Oltre ad un impoverimento dei paesi di certe aree a vantaggio di altre. Il mercato è padrone, occorre essere competitivi: un monito pressante, una sorta di must. Protagonista del cambiamento è la conoscenza. Il contenuto di conoscenza dei beni più pregiati è aumentato, e fra i fattori di produzione essa è salita nella scala di priorità: si pensi alla differenza fra una catena di montaggio e un DVD. Il ricambio dei prodotti è accelerato (si valuta in sei mesi la durata di un prodotto elettronico sul mercato) e il processo coinvolge anche l’uomo: donde la crescente necessità di un continuo aggiornamento, e la spesso crudele emarginazione di persone sostanzialmente giovani.

Venendo più particolarmente all’Italia, constatiamo che nel nostro paese prevale una economia di trasformazione, trasformazione cioè di materie prime prevalentemente di importazione in prodotti di ogni tipo. Questa trasformazione implica la conoscenza e l’applicazione di opportune tecnologie, che permettano di produrre oggetti che valgano molto di più dei materiali di partenza. Si aggiunge un valore - si parla infatti di valore aggiunto – e questo valore permette a molti paesi di prosperare.

Altri paesi, ricchi di materie prime, vivono sfruttando le risorse che estraggono dal sottosuolo e che vendono. In questo schieramento, troviamo da un lato i paesi ricchi di petrolio, di minerali, dall’altro paesi come Giappone, Germania o Italia. Il punto cruciale per i paesi che vivono di una economia di trasformazione è quello di essere capaci di creare e di immettere nelle materie prime un elevato contenuto tecnologico. Il che significa essere parte di un sistema nel quale a cominciare dalle scuole elementari per finire con i politecnici si cura lo sviluppo scientifico tecnologico, la ricerca, la formazione, la cura dei talenti, il merito, l’innovazione, poi l’industria, il design ecc.

Può valere le pena di riferirci per un attimo al nostro Paese in una ottica storica, per meglio definire e quindi comprendere l’origine della situazione attuale. Nella seconda parte del XVIII secolo l’Europa fu pervasa da uno spirito innovativo che si concretò nella rivoluzione industriale Se il Rinascimento aveva visto nascere ingegni colossali che avevano ampliato le conoscenze nella fisica, nella chimica, nella matematica, nell’astronomia, e che in una parola avevano, attraverso il metodo scientifico, liberato la mente umana da pregiudizi e vincoli, dopo il 1750 si rinforzò la ricerca delle applicazioni delle leggi della chimica e della fisica, e si iniziò la produzione di oggetti di tutti i tipi, dapprima di prima necessità e man mano che ci si affrancava dalle esigenze e dai bisogni primari anche di oggetti meno necessari e più voluttuari. Il punto di forza fu la macchina di Watt che permise di trasformare energia termica in energia meccanica. L’energia termica significava combustibili, cioè carbone, per sostituire il legno ed il conseguente disboscamento. Questo favorì i paesi ricchi di carbone che decollarono in uno sviluppo tecnologico dapprima centrato sulla meccanica, e in seguito anche sul settore biologico e agricolo. Contemporaneamente si svilupparono centri di cultura come le Università, e la Scienza ampliò il suo ruolo di creazione di conoscenze e di formazione di giovani dedicati alle scienze esatte. L’Italia partì con un certo ritardo, sfavorita fra l’altro dal non possedere materie prime in genere, carbone in particolare. Pure, moltissime scoperte fondamentali furono effettuate da italiani. Con una costante negativa: gli italiani inventavano, ma una volta realizzatisi sul piano della creatività erano gli altri a sviluppare le idee e creare ricchezza. La lista è lunga: Pacinotti inventò la dinamo, ma il belga Gramme la sviluppò. Volta inventò, ma Leclanché commercializzò la pila. Meucci inventò il telefono, ma Bell fondò l’industria. Galileo Ferraris scoprì il motore a corrente alternata ma non lo brevettò: ne approfittarono altri. Marconi offrì gratuitamente la sua invenzione al Ministro italiano delle Poste ma ricevette un rifiuto. Così, grazie alla madre, l’irlandese Annie Jameson si rivolse al Ministro inglese delle Poste e si trasferì in Inghilterra. Forlanini realizza il prototipo dell’aliscafo e dell’idrovolante: lo sviluppo verrà da imprese non italiane. D’Ascanio realizza un prototipo di elicottero, che però verrà sviluppato da Sikorsky. Finché si arriva a Fermi, allontanato dall’Italia (la moglie era ebrea) ed a Bovet, italiano di origine svizzera, che insieme alla moglie Filomena Nitti emigrò per antifascismo: egli chiarirà i principii di fondo dei sulfamidici, e riceverà il premio Nobel nel 1957. Roberto Crea sintetizzò il gene della somatostatina, da cui partirono le biotecnologie, ma il profitto è statunitense. Pure, nei primi venti anni dopo la fine della guerra , questo insieme di genio e sregolatezza ci aveva permesso di realizzare quello che venne chiamato “boom economico”, con la lira che vinse l’Oscar delle monete. Se vogliamo inquadrare in chiave storica l’evoluzione del sistema Italia, possiamo ricordare che fino agli anni ‘60 avevamo la leadership in una serie di importantissimi comparti tecnologici. La Montecatini era in testa coi materiali polimerici, polipropilene in primis, sostenuta dalla cultura universitaria – in particolare il Politecnico di Milano - capitanata dal premio Nobel Natta. Eravamo in testa nell’elettronica attraverso la Olivetti di Adriano Olivetti, ed anche qui la ricerca universitaria aveva creato, col progetto ELEA il primo computer portatile del mondo. Eravamo in testa nel nucleare, grazie all’attività di Felice Ippolito ed alla scuola dei fisici italiani, eravamo in testa nel farmaco, in particolare negli antibiotici, con la Lepetit e la Farmitalia, nella siderurgia, nella progettistica, nella cantieristica, nelle costruzioni di grandi opere, nell’aerospazio, nell’auto. Con la nazionalizzazione dell’energia elettrica il mondo politico decideva sulla scelta delle fonti primarie, il che facilitò la definitiva uscita dal nucleare, e la immane massa di denaro che i privati dell’elettricità si trovarono in mano determinò la trasformazione degli imprenditori in finanzieri. Con la ciliegia finale, il ‘68, che diffuse e consolidò una cultura pauperistica ed antindustriale. E che agì soprattutto sulle giovani generazioni, lasciando intravedere come possibile, anzi, come un diritto, una vita che cancellava il merito e con esso la spinta a fare. I numeri spaventano. Un indicatore che bene riassume la situazione è l’evoluzione nel tempo della percentuale di beni ad alta tecnologia sull’esportazione di un paese. Orbene, per quanto riguarda le macchine di precisione fra gli anni ‘80 ed il 2004 si è passati dal 5 all’1%, nell’elettronica dal 3 al 2%, mentre nel 2005 la nostra industria manifatturiera hi tech esportava l’8,6% di beni ad alta tecnologia contro il 28% degli USA, il 26% del Giappone, il 24 del Regno Unito, il 23 della Francia. Per non citare il paese, che più di tutti punta sulla tecnologia, l’Irlanda col 51% (legato soprattutto alla telefonia mobile). E il saldo commerciale relativo ai prodotti hi tech è per l’Italia negativo, mentre è positivo per Francia, Germania, Regno Unito, Irlanda. Un altro indice significativo riguarda la percentuale di personale di ricerca in rapporto alla forza lavoro. Secondo dati CERIS – CNR per la Svezia tale percentuale è di 1,6; Giappone 1,35; Francia 1,30; Germania 1,2; Corea 0,8, Italia (fra gli ultimi) 0,6. Il che significa che stiamo trascurando le radici della competitività. In questa scala, la Cina riporta 0,1, il che significa che il potenziale in prospettiva è assai alto. In questo contesto, come spesso accade in Italia, vi sono settori nei quali primeggiamo, come la sicurezza, l’aerospazio, il settore energetico, l’auto, il biotech ecc. Ma se vogliamo riprendere velocità dobbiamo, soprattutto eliminare tutti quei freni artificiali che la nostra mentalità pone a chi sa e vorrebbe correre. Elenchiamo alcuni dei vincoli che, danneggiano il nostro sistema e frenano la nostra competitività.

1. Burocrazia

La nostra burocrazia sembra ignorare il significato della parola “tempo”. Tutto diventa difficile, l’iter burocratico che qualunque cosa, da noi, comporta ,fa letteralmente spavento. Né sembra vi sia da attenderci molto dalla UE, visto che tutto lascia credere che la burocrazia europea sia aggiuntiva e non sostitutiva rispetto alla nostra. Ma è il paese nel suo insieme che desta preoccupazioni, e che risulta incomprensibile. Un paese cartaceo, legalitario, formalista, sospettoso. Vale la pena di riportare un parere della Federchimica sulle lungaggini del sistema: “Abbiamo partecipato, per anni, a dibattiti sui temi della efficienza della pubblica amministrazione e della semplificazione delle procedure: molte lamentele e critiche, poche proposte concrete di soluzione. Ci siamo convinti che la complessità e farraginosità delle normative e delle procedure, insieme alla conseguente scarsa efficienza della pubblica amministrazione, sono tra i vincoli di natura strutturale che ostacolano lo sviluppo dell’industria chimica italiana, quelli che più penalizzano il sistema paese nei confronti della competitività internazionale.”

2. Le normative ambientali

In materia di ambiente, siamo In prima linea nello stabilire e richiedere normative strettissime per qualsiasi cosa, salvo poi disattendere le normative stesse. Siamo temutissimi negli organi di governo internazionali, quando si devono stendere le normative. Pretendiamo rigore per tutti, e poi siamo il paese che non riesce a disfarsi dei rifiuti. Alla conferenza dell’ambiente di Rio facevo parte della delegazione italiana. Ascoltai il discorso del nostro Ministro dell’ambiente, e lo sentii proporre la cosiddetta “carbon tax”, ossia una tassa che doveva scoraggiare l’impiego di combustibili. Accanto a me sedeva un delegato francese, che sorridendo mi disse “tanto voi non ne terrete conto”. Sapendo quanto questo fosse vero, non replicai. Per fare un esempio, da noi avvenne l’incidente di Seveso, la Comunità europea attivò una direttiva per la sicurezza dei grossi impianti chiamata per l’appunto “direttiva Seveso”, noi fummo fra gli ultimi ad adeguarci e ad introdurre la direttiva nel nostro ordinamento. Un caso emblematico è costituito dai protocolli di Kyoto sulla CO2, che vedono le emissioni del nostro paese crescere anziché calare.

3. I molti no alla tecnologia

Per vari lustri, ed ancora adesso, il progresso tecnologico è stato avversato da una serie impressionante di veti. No agli inceneritori per rifiuti, no alle centrali elettriche sia nucleari che a carbone, no alla TAV, al Mose, agli elettrodotti, ai gassificatori, alle varianti di valico, agli OGM, alle antenne, alle dighe, a qualunque cosa che abbia un significato tecnologico, con una conseguenza che è sotto gli occhi di tutti: entrando in un negozio di oggetti elettronici, non si vedono marche italiane. E, contemporaneamente, importiamo una consistente frazione dell’energia elettrica di cui abbiamo bisogno, pur essendo capaci di produrcela da soli.

4. Strumenti finanziari

Nel periodo postbellico la nostra economia reggeva la concorrenza, anche con il supporto di due “strumenti” finanziari, un lento e continuo indebitamento, una lenta e continua svalutazione della lira. Questi strumenti, che si rivelarono essenziali, aiutarono per lungo periodo la nostra competitività sui mercati come una sorta di “drogaggio”. Con l’avvento dell’euro, le cose sono profondamente cambiate, svalutazione ed indebitamento non fanno più parte della panoplia di attrezzi che possiamo usare, occorre sostituire questi due elementi con altri strumenti. Mentre gli economisti stanno studiando la questione, chi economista non è può solo brancolare nell’attesa, ma se non altro, per aver letto qualcosa e riflettuto su come si produce ricchezza, può provare ad identificare strumenti sostitutivi. Ne indichiamo due, che certamente sarebbero utilissimi e che andrebbero in tutta fretta azionati. Il primo è l’attivazione di un grosso programma di sviluppo tecnologico e di ricerca, che coinvolga oltre che il pubblico, che risulta pur nelle difficoltà più presente del privato, anche le imprese. Il secondo è stato citato sopra, ed è lo snellimento delle procedure, a tutti i livelli.

5. Razionalizzazione della Ricerca pubblica

Nel sistema pubblico, che costituisce lo zoccolo duro della ricerca in Italia, si sta operando una forte razionalizzazione. Sia in termini di riduzione delle Facoltà, dei dipartimenti, dei corsi, sia in termini di valorizzazione del merito. Importante l’esempio costituito dalla Sapienza, che ha rinnovato lo Statuto in tempi molto brevi nella direzione sopra indicata. E’ ovvio che i tempi sono quello che sono, ma il sistema tende (finalmente) a correggersi dall’interno.

6. Occupazione qualificata

In una economia di trasformazione un punto critico è costituito dalla qualità delle persone che operano nel sistema. Una cosa è preparare pizze e coltivare pomodori, un’altra è concepire nuovi oggetti elettronici, ed anche fabbricarli. Tutto il sistema necessita di esperti veri, e formarli in qualità e numero adeguato costituisce una importante sfida per i paesi avanzati. Vi è un mercato degli esperti, e chi non riesce a formarne a sufficienza ricorre alla importazione. L’Italia pur con tutte le difficoltà produce giovani brillantissimi, che vengono corteggiati da università ed imprese straniere. E’ questo uno dei punti più dolenti del nostro sistema, che, a quel che sembra, ritiene logico esportare scienziati ed importare giocatori di calcio.

7. Cervelli in giro

E’ ovvio che in un sisema autofrenante, quale quello che abbiamo descritto, la tentazione di fuggire sia diffusa. E’ ben per questo che si parla di fuga dei cervelli. Fenomeno questo che consiste nella tendenza di molti ricercatori a compiere stages all’estero, e di rendersi conto sul campo dell’abisso che separa il concetto di ricerca in Italia da quello di paesi più avanzati. I più intraprendenti dei nostri ragazzi, una volta all’estero, si pongono il problema del ritorno in un paese che sostanzialmente non li accoglie. Si realizza nei fatti un fenomeno negativo: i più coraggiosi, quelli che affrontano le incognite, che sono disposti a lasciare il paese, la mamma, che si sono imparati una lingua, vengono accolti e trattenuti. Una selezione che vede un flusso verso l’esterno. Come detto, non siamo soli in questo, e fa impressione che i paesi dell’Asia tipo Indonesia, Malesia ecc lamentino questo fenomeno, mentre altri più duri sotto il profilo dei rapporti Stato–individuo riescono a recuperare i giovani che hanno compiuto uno stage fuori.

8. Outsourcing della ricerca

Fra i diversi modi per non perdere il treno dello sviluppo tecnologico si va diffondendo quello dell’outsourcing della ricerca, ossia dell’utilizzare il mondo universitario come fornitore di un servizio, la ricerca tecnologica, appunto. Questo fenomeno sta espandendosi soprattutto in Germania, ma anche molte PMI italiane utilizzano le università come un taxi: si adoperano, si paga e alla fine si scende. E’ questo uno dei pochi aspetti positivi in un sistema traballante.

*Indipendente - “Sapienza”, Università di Roma

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