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Le Tesi del 46° Congresso del PRI: “Questioni internazionali: Tra Atlantico e Mediterraneo il futuro dell’Italia”

13 novembre 2010

Sintesi della relazione della Commissione tesi del PRI sulle Questioni internazionali. Questa Commissione è coordinata da Italico Santoromappamondo1

La Commissione per la elaborazione delle tesi sulle “questioni internazionali: geopolitiche ed economico-sociali”, insediata dal PRI in vista del prossimo Congresso Nazionale, sottolinea in primo luogo la rilevanza che la politica estera riveste per ogni coerente e incisiva azione di governo. Nel constatare con rammarico la scarsa attenzione che invece viene rivolta a tale problematica da gran parte delle forze politiche italiane, di maggioranza come di opposizione, auspica che l’Esecutivo e più in generale la politica - in linea con tale impostazione - si riapproprino pienamente delle scelte e della gestione delle relazioni internazionali, evitando che siano delegate di fatto, e in misura rilevante, a sia pur importanti aziende i cui specifici interessi rischiano di prevalere su quelli più generali del paese.

Alla luce delle analisi diffusamente elaborate nelle tesi stesse, la Commissione ritiene che la politica estera italiana debba essere basata su una forte impostazione euroatlantica, che impegni il nostro paese nel progressivo rafforzamento della costruzione europea all’interno di un parallelo rafforzamento della collaborazione politica ed economica tra le due sponde dell’Atlantico, nella consapevolezza che proprio da tale collaborazione possano derivare anche gli impulsi necessari al consolidamento e alla crescita delle istituzioni comunitarie.

In particolare la Commissione ritiene che tale collaborazione euro-atlantica sia oggi più che mai indispensabile, nell’interesse dell’Europa come degli Stati Uniti, per affrontare i problemi posti dalla globalizzazione e dall’emergere di nuove potenze, soprattutto in Asia; e che essa debba sempre più assumere, accanto ai connotati difensivi che la ispirarono, caratteristiche competitive e inclusive, nella consapevolezza che solo per questa via sarà possibile offrire - nel rispetto delle altre culture storiche - risposte efficaci e in linea con i valori della democrazia liberale alle sfide del nostro tempo.

In questo contesto è altresì auspicabile che l’Italia si faccia promotrice e attiva ispiratrice di una politica europea nei confronti del Mediterraneo, con l’obiettivo di favorire la collaborazione economica e per questa via lo sviluppo di forme di democrazia nell’intera area. Una tale politica non potrà in nessun caso prescindere dal coinvolgimento dello Stato di Israele - al quale il PRI è legato da un vecchio rapporto di amicizia - garantendone le esigenze di sicurezza all’interno di un processo di pace che abbia quale obiettivo l’applicazione del principio “due stati per due popoli”.

Tali posizioni il PRI si impegna a sostenere nelle diverse sedi istituzionali, a cominciare dall’ELDR al quale aderisce da tempo, valorizzando in particolare quel rispetto dei diritti umani che è sancito solennemente in molti trattati internazionali.

Documento di base

Premessa In questi ultimi anni l’eclissi della politica, per meglio dire della capacità di sintetizzare cultura e politica, si è manifestata con particolare virulenza nelle questioni internazionali. In Italia la politica estera non è mai stata al centro delle attenzioni dell’opinione pubblica, generalmente distratta e disinformata, e delle priorità dei partiti e dei governi. Oggi, tuttavia, nella cosiddetta seconda repubblica, l’eclisse della politica, e della politica estera in particolare, costituisce un rischio grave, in termini geopolitici come in termini economici. Il bisogno di una politica “alta” in campo internazionale è urgente, e per molti versi prioritario.

La politica estera costituisce la cornice connettiva della politica interna, in Italia come altrove. Gli indirizzi istituzionali, valoriali, economici, sociali di un paese non possono che essere coerenti con le grandi scelte di politica estera. Ciò è tanto più vero oggi, quando il confronto si è fatto globale, equilibri storici sono caduti e si stenta a trovare assetti nuovi, fra potenze declinanti e nuovi soggetti che compaiono sulla scena mondiale.

Queste considerazioni, in Italia spesso sottovalutate se non ignorate, spiegano il senso del lavoro che ci accingiamo a presentare, un lavoro svolto da un gruppo di esperti oltre che da persone impegnate in politica. Un lavoro che affidiamo al Congresso del Partito Repubblicano con l’ambizione di fornire ai congressisti appunto la “cornice connettiva” delle tesi su cui esso è strutturato.

Riteniamo così, parlando dell’oggi, di collegarci ad una tradizione antica e a un’antica cultura politica caratterizzata da un’intima e costante coerenza, sempre attenta alle questioni internazionali, basata su contenuti che ci piace sintetizzare con una frase famosa di Ugo La Malfa: “superare le Alpi per non precipitare nel Mediterraneo”. Un modo icastico, quello di La Malfa, per spiegare con efficacia le ragioni politico-culturali della netta scelta di campo e dell’attenzione costante dei repubblicani (ma anche di altre forze liberal-democratiche) alla politica estera. Forze di minoranza, certo. Ma si può affermare che senza lo stimolo permanente di quelle forze il destino dell’Italia sarebbe stato diverso. Negli anni del dopoguerra, furono il loro ruolo e il loro impegno senza riserve a consentire al centrismo degasperiano di battere le spinte e le suggestioni neutralistiche e filosovietiche della sinistra di allora, socialisti e comunisti legati dal patto di unità d’azione; le esitazioni iniziali della socialdemocrazia di Giuseppe Saragat; la profonda avversione di gran parte della Chiesa cattolica e del “partito romano” che pensavano per l’Italia ad una soluzione neoclericale e salazarista per connaturata diffidenza se non ostilità verso l’Occidente protestante.

Nei governi centristi furono in larga misura la presenza e la pressione delle forze liberal-democratiche, dotate di una capacità di incidenza e di un prestigio culturale e politico molto superiori al loro peso elettorale, a consentire a De Gasperi di vincere la sua battaglia all’interno e all’esterno della Democrazia cristiana. Citiamo alcuni nomi, oggi quasi dimenticati: Carlo Sforza, Randolfo Pacciardi, Luigi Einaudi, Manlio Brosio, Gaetano Martino. Fu così che l’Italia poté giovarsi del piano Marshall, entrare – nazione sconfitta – nelle Nazioni Unite, procedere alla liberalizzazione degli scambi, aderire all’Alleanza Atlantica, essere fra i protagonisti, in quanto grande nazione europea, della costruzione dell’Europa, dalla Ceca ai Trattati di Roma. Fu così, insomma, che l’Italia rientrò nel naturale alveo dell’Occidente a cui l’aveva consegnata il Risorgimento, e che aveva abbandonato con il fascismo e con la follia della guerra dichiarata alle grandi democrazie e disastrosamente perduta.

Senza la chiarezza di idee e le battaglie politiche delle forze liberal-democratiche l’Italia avrebbe avuto probabilmente un diverso destino. Anche in termini sociali ed economici. Furono i solidi legami con l’Occidente a consentire lo straordinario sviluppo del paese, esempio palmare del rapporto stretto fra la politica estera e la politica interna. Anche sul piano del costume: non è eccessivo affermare che le grandi conquiste civili - il divorzio, la riforma del diritto di famiglia, la legalizzazione dell’aborto contro la piaga dell’aborto clandestino - sarebbero state improbabili in un’Italia lontana dall’Occidente.

Tutta l’Italia. A noi è certamente consentito citare ancora Ugo La Malfa: “Mezzogiorno nell’Occidente” fu il titolo dell’articolo scritto per il primo numero della rivista di Francesco Compagna, “Nord e Sud”.

Anche negli anni fra il “miracolo economico” e la caduta della prima repubblica quella “cornice connettiva” ha continuato a mostrare la sua positiva solidità. Certo, non sono mancate le deviazioni e le ambiguità dovute a persistenti condizionamenti ideologici, a tentazioni terzomodiste, anche mal gestite, a spregiudicate ambizioni personali. Ma la presenza politica delle forze liberal-democratiche ha impedito che si producessero danni irreparabili e anzi confermato la validità delle scelte fondamentali. Senza la cooperazione con l’Occidente, perseguita con coerenza da Giovanni Spadolini, la vittoria sul terrorismo eversivo delle brigate rosse e dell’estrema destra sarebbe stata molto più difficile.

La crisi del sistema politico italiano negli anni novanta ha inevitabilmente portato anche alla crisi della politica estera. La scomparsa dei partiti tradizionali, che erano – non bisogna dimenticarlo – legati ai grandi filoni politico-culturali europei, ha prodotto un brusco abbassamento della qualità dell’azione e della cultura politica. Con il conseguente declino del peso dell’Italia sul piano internazionale. Anche sul terreno a noi più vicino, quello dell’Europa, l’ultimo successo che si può ricordare è quello dell’ingresso nell’euro con il gruppo di testa. Per il resto, poco o niente.

Va riscoperta l’importanza della politica estera, la cultura del rapporto inscindibile con la politica interna. Non si può confondere la gestione degli affari internazionali, il ruolo e il peso dell’Italia sulla scena globale, con una politica fondata sui rapporti personali, anche di recente autorevolmente teorizzata. La politica estera è fatta di capacità di visione, di linee e di comportamenti solidi ed affidabili, di scelte di campo quando occorre, di intuizione dei mutamenti degli equilibri intorno a un perno che deve restare solido: nel nostro caso la scelta dell’Occidente. Per sintetizzare le questioni che sono davanti a noi, si può dire, anzi, che c’è bisogno di più Occidente.

Non giovano, da questo punto di vista, singolari “amicizie” per giustificare disinvolti giri di valzer su questioni cruciali come le scelte di politica energetica o la politica mediterranea, si tratti del russo Putin o del dittatore libico Gheddafi. Anzi proprio queste scelte, accompagnate a certi eccessi di “distrazione” in materia di diritti umani e di libertà civili, ci spingono a ritenere che proprio l’Italia sia tra i paesi europei che più hanno bisogno di ritrovare il senso profondo e la direttrice di marcia della politica estera: di riscoprire insomma quell’ispirazione “valoriale” che era contenuta negli otto principi sanciti solennemente il 14 agosto 1941 da Roosevelt e Churchill nella “Carta Atlantica”.

Lo scenario attuale Dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno esercitato un ruolo di leadership globale. Grazie alla forza della loro economia, alla supremazia militare, all’egemonia politico-culturale, all’apporto della ricerca scientifica e tecnologica, gli USA hanno rappresentato il punto di equilibrio per l’intero pianeta. Questa fase storica, avviata da George Bush con la prima guerra del Golfo, si esaurisce l’undici settembre del 2001.

Quel giorno la storia dimostra di non poter finire e imbocca bruscamente una diversa direzione. I problemi della sicurezza e della lotta al terrorismo diventano prioritari per gli americani, orientando in questa direzione l’intero baricentro della politica USA. Tramontano la convinzione – e la speranza – in una progressiva e pressoché indolore affermazione della democrazia liberale. Nello stesso tempo emergono sulla scena mondiale nuove potenze economiche che tendono a trasformarsi in attori politici, limitando la presa globale degli Stati Uniti, ulteriormente indeboliti dall’esplosione della crisi finanziaria nell’autunno del 2008.

Si delinea all’orizzonte una fase di instabilità e di turbolenza: all’esplosione su scala internazionale del terrorismo di matrice islamica, rivolto soprattutto contro l’Occidente ma anche contro i governi di molti degli stessi paesi musulmani, si affiancano conflitti interreligiosi e interetnici. Ricompare perfino – dalla Somalia allo stretto della Malacchia – l’ormai desueta pirateria (come d’altro canto è proprio delle fasi storiche in cui l’esercizio delle leadership si fa debole e incerto).

Volendo disegnare sinteticamente lo scenario attuale - anche per definire le guidelines di una politica estera - si possono fissare alcuni punti:

1. Gli Stati Uniti restano di gran lunga la maggiore potenza mondiale. La sola, almeno per ora, in grado di intervenire sull’intero scacchiere planetario. Producono all’incirca un quarto della ricchezza complessiva, più o meno come nel 1980 e nel 1990; certo, meno del picco raggiunto nel 2000 - quasi il 31% - ma è di tutta evidenza l’assoluta straordinarietà di quella fase storica, caratterizzata dalla vittoria della guerra fredda (con il conseguente crollo del sistema sovietico) e dalla lunga stagnazione del Giappone, considerato allora il più diretto competitor economico degli USA. Vantano una enorme superiorità militare che è lungi dall’essere scalfita: la spesa americana nel settore è pari al quarantacinque per cento circa del totale mondiale (ed è superiore alla somma della spesa effettuata dai tredici paesi che, dopo gli USA, investono di più nel settore). Questa superiorità si affianca e si integra con una parallela egemonia tecnologica, particolarmente evidente non solo nel campo militare ma anche in altri settori strategici, a cominciare dall’informatica e dalle biotecnologie. E’ altrettanto vero però che è in atto, anche sotto la pressione dell’opinione pubblica interna, una revisione strategica della politica estera americana, che tende a ridurre l’impegno internazionale degli USA alle aree e ai problemi di maggiore interesse: una revisione i cui termini sono ancora indefiniti e la cui portata resta per ora vaga.

2. Hanno perso colpi le altre due grandi aree sviluppate: il Giappone e l’Europa. Per il primo, è dall’inizio degli anni novanta che si parla – malgrado le performances realizzate nell’export – di una sostanziale stagnazione. Quanto alla seconda, dopo che sono entrate in crisi anche le due economie più dinamiche degli ultimi venti anni – Gran Bretagna e Spagna – e malgrado i recenti risultati, tutti da verificare nel tempo, ottenuti in Germania, il futuro appare incerto: ma su questo aspetto ci soffermeremo più avanti.

3. Stati Uniti ed Europa restano reciprocamente i mercati più importanti per il commercio estero. Nessun’altra arteria commerciale nel mondo è così integrata e fusa come l’economia transatlantica: si stima che generi circa 4.28 trilioni di dollari di vendite totali all’anno. Questa integrazione è particolarmente evidente negli investimenti diretti, che costituiscono la spina dorsale dell’economia transatlantica: se USA ed Europa, insieme, hanno contribuito nel 2008 per il 27% all’export mondiale e per il 34,6% all’import, hanno rappresentato il 61,7 % degli investimenti diretti in entrata e il 74% degli IDE in uscita. E’ significativo che gli IDE europei negli USA siano pari a 1,1 trilioni di euro, a fronte dei 66,5 miliardi complessivamente effettuati in Cina e India. Quanto agli investimenti diretti USA all’estero, quelli in Europa continuano a superare largamente quelli localizzati in altre regioni: alla fine del 2008 erano quattro volte superiori agli IDE effettuati complessivamente in Asia; e nei primi tre trimestri del 2009 i flussi verso l’Europa, pur riducendosi, sono rimasti attivi per 82,4 miliardi di dollari, mentre quelli verso la Cina si sono ridotti di 6,3 miliardi.

4. Alcuni tra gli stati più popolati del mondo hanno intrapreso un percorso di crescita. Questo fenomeno è particolarmente accentuato in Cina, paese che nel corso di un ventennio – e soprattutto dopo il 2000, con l’adesione al WTO – ha registrato tassi di sviluppo elevati e costanti, fino a diventare uno dei principali attori dell’economia globale: si avvia, probabilmente già nel 2010, ad essere la seconda economia del pianeta; detiene risorse finanziarie e demografiche che, salvo improvvisi rivolgimenti interni, dovrebbero essere di sostegno, ancora per un lungo periodo di tempo, ad una ulteriore fase espansiva; si colloca ai confini di un’area (il Sud-Est asiatico) che è complessivamente in crescita. Per di più la Cina tende nei fatti, e anche al di là delle intenzioni dei suoi dirigenti, ad assumere un ruolo di leadership anche sul terreno più propriamente politico ed a configurarsi – soprattutto nelle aree del Terzo Mondo – come un modello alternativo a quello occidentale: il “capi-comunismo”, come è stato definito con felice espressione, sintesi di capitalismo con forte presenza pubblica e rigida direzione politica. Un modello che non a caso sembra fare breccia in molti tra i regimi più autocratici dell’Africa e dell’Asia.

5. Meno significativa, almeno per ora, è la crescita di altri due grandi paesi: India e Brasile. Malgrado il rapido sviluppo di questi anni la loro incidenza sull’economia mondiale resta contenuta (rispettivamente: 2,13 e 2,72 per cento). E restano forti gli interrogativi di ordine politico. L’India, al cui sviluppo guardano con particolare interesse – anche per evidenti ragioni di riequilibrio geostrategico – proprio gli Stati Uniti, è sottoposta a forti scosse interne (i conflitti interreligiosi e la guerriglia maoista) ed esterne (in particolare, gli irrisolti problemi di confine con il Pakistan). Quanto al Brasile, il suo decollo è ancora troppo recente per poter formulare previsioni e giudizi attendibili.

6. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la lunga fase di transizione, la Federazione russa è tornata a registrare una certa crescita economica, ma la sua struttura produttiva resta basata in larga misura sull’esportazione delle materie prime, gas e petrolio soprattutto (non a caso è bastata una flessione nei prezzi di questi beni per determinare nel 2009 un crollo del PIL). Per di più registra un calo demografico molto accentuato, con conseguenti effetti negativi sulle possibilità di crescita; e la rete infrastrutturale, per buona parte ereditata dall’Unione Sovietica, mostra ad ogni occasione “non ordinaria” tutta la sua arretratezza. Peraltro, grazie alle risorse di cui dispone e che gestisce attraverso strumenti monopolistici, è in grado di condizionare i mercati, rimanendo però esposta – come si è detto – anche alle conseguenti fluttuazioni. Conserva in ogni caso un ruolo politicamente forte anche per gli arsenali nucleari di cui dispone tuttora.

7. Non si registrano altri sensibili spostamenti nella distribuzione complessiva della ricchezza nel corso degli ultimi venti anni, salvo qualche oscillazione marginale soprattutto nell’area mediorientale, dovuta essenzialmente al prezzo degli idrocarburi (a sua volta influenzato dalla congiuntura internazionale).

In sintesi, e per concludere, si delinea per il prossimo futuro un mondo progressivamente multipolare, in cui l’egemonia americana sarà ridotta ed esercitata in modo mirato. Ma anche un mondo in cui il baricentro tende in parte a spostarsi dall’Atlantico al Pacifico, l’oceano sul quale si incontrano le maggiori e più dinamiche economie del pianeta e si intrecciano gli interessi e le attenzioni prioritarie della superpotenza militare e politica. Questo processo sarà accentuato se e quando gli Stati Uniti riusciranno a chiudere le partite aperte in Iraq e in Afghanistan per un verso e a realizzare i programmi di autonomia energetica per altro verso (con conseguente perdita di interesse per il Golfo).

L’insieme di questi scenari rischia di provocare effetti destabilizzanti in una vasta area, che si estende dall’Atlantico al Mediterraneo all’Asia centrale. Il rischio è che gli Stati Uniti, a fronte della incertezza politica dell’Europa, si limitino in quest’area a fissare alcuni punti fermi da salvaguardare: il rapporto storico e privilegiato con il Regno Unito; la coesistenza nucleare con la Russia; la difesa dello Stato di Israele. E che per il resto si assista ad un progressivo defilamento da un teatro non più considerato prioritario come invece lo era almeno dalla Seconda guerra mondiale in poi. Segnali in questa direzione si avvertono già ora.

L’incertezza dell’Europa Il declino economico dell’Europa è scritto nei numeri. Basta scorrere i dati relativi alla crescita, a cominciare da quelli sul PIL, per constatare che a partire dall’inizio degli anni novanta i paesi dell’Eurozona hanno perduto colpi: non solo nei confronti dei maggiori paesi emergenti (il che sarebbe anche comprensibile) ma anche nei confronti di altri paesi sviluppati, a cominciare dagli Stati Uniti. C’è stato insomma quel rallentamento che è tipico delle economie mature quando non riescono a rinnovarsi, un processo di sclerotizzazione che si manifesta nella scarsa capacità di innovare, di cogliere nuove occasioni, di introdurre riforme coraggiose. Lo stesso successo della Germania in materia di esportazioni non è riuscito finora a tradursi né in un tasso di crescita stabilmente alto del PIL in quel paese né in un traino per gli altri paesi dell’Eurozona. C’è semmai da osservare che, le esportazioni tedesche essendo dirette soprattutto verso quest’area, la Germania utilizza la rigidità del cambio insita nell’adozione dell’euro per allargare le sue quote di mercato. Quanto ai dati più recenti e alle previsioni per il prossimo futuro sarà bene valutarli, per ora almeno, con una certa cautela.

Ma i problemi veri dell’Europa sono di carattere politico. L’introduzione dell’euro andava accompagnata da un rafforzamento del governo economico europeo per superare la “zoppia” di cui si parlò sin dalla nascita dell’Unione economica e monetaria. Una moneta unica che non abbia alle spalle il governo comune dell’economia, o comunque un forte coordinamento delle politiche nazionali, rischia sui mercati internazionali. Progressi sono stati compiuti in questo senso sia grazie al Trattato di Lisbona sia grazie a quella “costituzione materiale” che i responsabili dell’Eurozona stanno approntando. Ma restiamo lontano dall’auspicato governo comune dell’economia e comunque l’azione anti crisi resta improntata al giusto contenimento dei deficit (e dei disavanzi) e declina poco o per nulla la voce sviluppo, la sola che può assorbire l’enorme tasso di disoccupazione. Europa 2020 è il nuovo orizzonte lanciato dalla Commissione. Speriamo che abbia destino migliore dell’Agenda di Lisbona. Il rapporto Monti offre proposte e spunti che andrebbero raccolti.

Il futuro dell’Europa: crescita o declino, unità o frantumazione Al futuro dell’Europa si applica il vecchio e sempre valido principio dell’ottimismo della volontà che deve sovrastare il pessimismo della ragione. Terminata dopo dieci anni la fase costituzionale, col Trattato di Lisbona da poco in vigore dopo l’estenuante fase di ratifica, è tempo di resistere al “dolce declino”, alla frammentazione, alla irrilevanza. La storia, come è noto, non fa sconti. E’ necessario abbandonare l’illusione, pur così diffusa tra le classi dirigenti europee, che ci si possa cullare in una sorta di neutralità postmoderna: i rapporti internazionali non consentono vuoti e la latitanza politica dell’Europa – oltre che ridurne progressivamente il peso – condannerebbe tutti a vivere in un mondo segnato da maggiore violenza e minore libertà. Occorre allora definire il profilo dell’Unione come attore globale in tutti i campi e superare la trita dicotomia di hard power e soft power. L’Unione deve possedere ed esibire ambedue con saggezza e senso di responsabilità. La codificazione dell’azione esterna insita nel Trattato le consente di operare con strumenti e soggetti adeguati. L’Alto Rappresentante agli affari esteri operi da effettivo Ministro degli Esteri (e della Difesa) d’Europa: senza complessi e senza tentennamenti. Ed invece gli esempi della prassi non sempre sono convincenti: ad esempio nel campo strategico dell’approvvigionamento energetico, un terreno sul quale ogni paese si sta muovendo per proprio conto, spesso in contrasto con gli stessi indirizzi adottati a livello comunitario (e qualche volta in contrasto con vere e proprie decisioni già assunte, come è il caso del progetto “South Stream” contrapposto – tra l’altro con precise e discutibili responsabilità dell’ENI – al “Nabucco”) o rompendo accordi in settori strategici tra imprese dell’UE per stipularne altri con partner esterni ad essa (come ha fatto la tedesca Siemens nei confronti della francese Areva).

Ed è proprio questo il terreno su cui appaiono con maggiore evidenza le divaricazioni fra gli stati membri. Il rapporto con la Russia è cruciale per l’Unione “attore globale”. La Russia, anche per la sua collocazione geografica, deve certamente essere parte della politica estera europea; ma appunto di tutta l’Europa, non dei singoli stati, sulle cui divisioni gioca invece spregiudicatamente il governo russo. E’ il caso, per fare solo un esempio, della politica energetica, un settore nel quale i paesi europei – invece di mettere a punto una comune linea strategica, accentuando il ricorso a fonti alternative (a cominciare dall’energia nucleare) e rafforzando con una loro linea comune la capacità contrattuale nei confronti dei paesi fornitori – si sono mossi in ordine sparso, spesso pregiudicando il loro stesso futuro. Su questo terreno sono evidenti in particolare gli errori strategici commessi da Germania e Italia, che hanno consegnato alla Russia di Putin la golden share del loro futuro energetico, fino a suscitare forti preoccupazioni negli interlocutori americani. Magari nell’illusione, che già fu fatale alla Germania nel secolo scorso, di una drang nach osten, l’industrializzazione della Russia in cambio della fornitura di energia: una visione insieme ingenua ed utopica, che manca alla radice dei suoi presupposti politici ed economici. E che rischia invece di confinare l’Europa in un ruolo sempre più marginale, di frantumarla al suo interno e di consegnare il suo futuro alle esigenze strategiche di un paese ancora per molti aspetti arretrato e sostanzialmente monocolturale come è la Russia di oggi: di realizzare insomma, invece che l’europeizzazione della Russia, la russificazione dell’Europa.

La strategia deve essere invece completamente diversa: agganciare il Pacifico attraverso l’Atlantico. Così come in passato i paesi mediterranei, per riprendere a crescere, dovettero agganciarsi all’Atlantico attraverso l’Europa (e non certo guardando ad un Oriente politicamente instabile ed economicamente sempre più povero). Il rafforzamento della Comunità atlantica deve essere il loro obiettivo strategico. E non perché sia nell’interesse degli americani, ma perché è soprattutto nell’interesse degli europei, se nelle loro prospettive future intendono ancora collocare lo sviluppo economico per un verso e un ruolo politico planetario per altro verso. Bisogna cogliere fino in fondo i recenti segnali che provengono d’oltreatlantico, le rinnovate attenzioni del presidente americano per il futuro dell’euro, i suoi ripetuti interventi sui principali attori europei (interventi che hanno contribuito a spingere la Merkel verso l’adozione di politiche comuni), gli inviti rivolti ad alcuni protagonisti istituzionali (da Papandreu a Napolitano); ma anche le preoccupazioni per la difesa comune, per le intese sulla sicurezza (che riguardano ormai in primo luogo l’Europa), per la mancanza di una politica energetica che renda l’Europa meno dipendente dall’estero.

Occorre riflettere, inoltre, sul fatto che siamo in presenza di una contrazione delle politiche pubbliche di sostegno sociale. Il che è in qualche misura inevitabile; perfino positivo se si traduce in un impegno alla razionalizzazione dei servizi, alla lotta agli sprechi, alla rimodulazione delle risorse in particolare verso i giovani, mal tutelati dal modello esistente. Anche se vanno respinti gli indirizzi che tendono a configurarsi come una vera e propria offensiva ideologica al modello sociale europeo – che rappresenta invece una grande conquista realizzata dal nostro continente nella seconda metà del Novecento ed anche la “cifra” distintiva di questa parte del mondo – bisogna realisticamente prendere atto che sono necessarie profonde riforme prima che quel modello si traduca in un fardello troppo gravoso per i bilanci pubblici e di conseguenza in un freno per la crescita economica. Così come va proseguita l’opera di rivisitazione dei meccanismi che presiedono alla regolamentazione del mercato del lavoro, rendendoli più flessibili ed eliminando incrostazioni e privilegi che riducono la competitività delle imprese: valga come esempio quello del “globale” Marchionne, che deve confrontarsi in un mercato difficile e altamente concorrenziale com’è quello dell’automobile.

E’ in questo contesto che vanno affrontati anche i crescenti squilibri che si sono creati nel rapporto tra economia e finanza: i processi di globalizzazione, al di là degli effetti sociali talvolta negativi, hanno imposto alle attività produttive una ricerca sempre più stringente di capacità competitiva, di riduzione dei fattori di costo ma anche di accentuata capacità innovativa. La dimensione sempre più globale e, insieme, interconnessa delle attività finanziarie ha invece prodotto una esasperazione delle tendenze speculative, la violazione delle deboli regole esistenti e qualche volta la prevalenza, nel mercato, del mero azzardo. La difesa e il rafforzamento del mercato unico, recentemente riproposto con giusta forza da Mario Monti, possono rappresentare una prospettiva positiva per l’Europa se si accompagneranno all’introduzione di strumenti di regolazione finanziaria più incisivi ed efficaci.

Il ruolo della politica, così appannato nel corso degli ultimi anni, deve quindi riprendere slancio e forza. Ma questa esigenza si scontra con una condizione che, a un osservatore equilibrato, non può che apparire estremamente negativa: la sempre più debole caratura delle forze politiche europee. Non esistono, in concreto, partiti politici europei, ma mere aggregazioni di partiti nazionali, percorse da molte contraddizioni, che si richiamano in modo rituale a tradizioni politico – culturali dalle quali, di fatto, risultano sempre più distanti. E’ una considerazione che si può fare per i membri del PPE e, pur in termini oggettivamente diversi, anche per lo schieramento democratico-socialista e quello liberaldemocratico. Con il risultato, paradossale ma non troppo, che le uniche forze politiche che hanno avuto carattere di novità in Europa e che hanno guadagnato consensi elettorali sono proprio quelle che non vogliono l’Europa.

C’è di più. La nuova amministrazione americana – proprio perché maggiormente impegnata sulle questioni interne e costretta più che in passato a prestare attenzione all’area del Pacifico – ha più che mai bisogno di un’Europa forte ed unita; disponibile ad un dialogo costruttivo e ad assumersi la propria parte di responsabilità; che non costringa gli Stati Uniti ad una infinita e spesso sterile mediazione tra posizioni diversificate se non addirittura contrapposte. Il rafforzamento della Comunità atlantica diventa di conseguenza un fattore di accelerazione del processo di integrazione europea, di convergenza delle economie e di approfondimento del ruolo politico. C’è bisogno, lo ripetiamo, di più Occidente.

Per concludere, due sono gli scenari di fronte all’Europa: da una parte, consolidamento del ruolo di attore globale da fare valere in un rafforzato rapporto transatlantico, sviluppo del processo unitario specie in materia di governo dell’economia e di politica estera e di sicurezza, rilancio della crescita economica mediante la ricerca e la conseguente creazione di posti di lavoro; dall’altra, frantumazione progressiva dell’Unione europea, allargamento dell’Atlantico, declino economico, marginalità politica e, inevitabilmente, indebolimento delle stesse strutture della democrazia. Sono questi i momenti nei quali alle classi dirigenti non debbono e non possono mancare visione complessiva dei problemi e capacità di individuare gli obiettivi prioritari. Pena, altrimenti, il rischio di arretrare e di scivolare nella periferia della storia.

Naturalmente, non possono e non debbono mancare quelle politiche a cui l’Europa è chiamata per la sua stessa collocazione geografica: Vicino e Medio Oriente; Est europeo. Ma queste politiche potranno essere sviluppate con autorevolezza e forza contrattuale solo se saranno condotte da un’Europa unita e alleata agli Stati Uniti. Sono gli obiettivi prioritari fissati dal Presidente Napolitano nel recente viaggio a Washington e non esitiamo a considerarli patrimonio comune a noi tutti. Essi si collocano in piena continuità con la nostra tradizione e con l’ispirazione democratica e liberale nel nostro paese.

Al perseguimento di tali obiettivi potrebbe contribuire peraltro la decisione europea di unificare la propria rappresentanza nei consessi internazionali, che contribuirebbe per un verso a rafforzarne l’immagine e il peso all’esterno e per altro verso ad accelerare il processo di integrazione all’interno.

Peraltro è inutile nascondersi che decisivo, nel rendere credibile una forte presenza politica dell’Europa, sarà il ruolo che la Germania deciderà di svolgere nel prossimo futuro. Se l’obiettivo economico rimarrà confinato a quello della massimizzazione delle esportazioni, e quello politico al perseguimento degli interessi nazionali immediati, difficilmente potrà esservi un futuro “globale” per il Vecchio Continente. Germania compresa. C’è quindi da sperare che la leadership tedesca – riprendendo una lunga tradizione comune nel dopoguerra a tutte le principali forze politiche di quel paese, dai cristiano-democratici di Adenauer, di Erhardt, di Kohl ai socialdemocratici di Brandt e di Schmidt, ai liberali di Scheel e di Genscher – voglia di nuovo assumersi la responsabilità e la guida della costruzione europea all’interno di un rinnovato rapporto atlantico. La recente evoluzione della politica tedesca non induce all’ottimismo.

L’Italia e il Mediterraneo Per la sua stessa collocazione geografica, l’Italia è particolarmente interessata a raggiungere intese economiche e politiche con i paesi che affacciano sul Mediterraneo. Anche se il loro peso sull’economia mondiale rimane tuttora modesto (circa il tre e mezzo per cento comprendendo l’intero Medioriente allargato fino all’Iran ed escludendo Turchia e Israele; l’uno per cento se si fa riferimento ai soli paesi del Nordafrica) e non si registrano particolari performances che non siano legate ai prezzi degli idrocarburi, in quest’area molto vasta e politicamente instabile sono affluiti – proprio grazie al petrolio – molti capitali e sono stati costituiti fondi sovrani di forte consistenza. Si tratta di un’area che presenta un elevato interesse economico non tanto come potenziale mercato ma come possibile partner finanziario, tenendo oltretutto in conto la carenza di capitali che si riscontra presso banche ed imprese europee.

Ma ci sono anche ragioni politiche a spingere in questa direzione: il contenimento e la regolamentazione dei flussi migratori sono molto più difficili senza intese con i paesi della sponda meridionale del Mediterraneo; la loro crescita economica può stimolarne lo sviluppo in senso democratico e favorirne la disponibilità a sostenere la collaborazione internazionale; infine, e di conseguenza, il Mediterraneo che oggi si presenta, soprattutto nella sua parte orientale, come un’area a forte turbolenza, può evolversi verso una relativa pacificazione. Per questa via si può contribuire all’isolamento del radicalismo islamico e ridurre l’efficacia del richiamo esercitato dalle sirene del terrorismo.

E’ però impensabile che l’insieme di queste politiche – di per sè complesse – possa essere perseguito con successo da un solo paese europeo, anche se collocato nel cuore del Mediterraneo. Il rischio diventa quello di stringere accordi o di adottare comportamenti politicamente dannosi; di intraprendere insomma la strada di solitarie fughe in avanti destinate a compromettere gli stessi obiettivi politici che si vorrebbero raggiungere. Se c’è uno scacchiere internazionale nel quale solo la collaborazione atlantica ed europea può produrre risultati significativi, questo è il Mediterraneo; per cui l’Italia deve impegnarsi, nelle diverse sedi a cominciare da quelle comunitarie, perché una tale strategia venga definita e perseguita con coerenza, anche – se necessario – mediante la creazione di apposite strutture permanenti.

La collaborazione euroatlantica è indispensabile perché proprio in quest’area si incrociano – come prima si è accennato – molti tra i problemi economici e politici che contribuiscono ad alimentare la turbolenza internazionale: l’approvvigionamento energetico; il radicalismo islamico; la presenza di focolai terroristici a carattere endemico, collegati ad Al-Qaeda o indigeni; la regolamentazione dei flussi migratori; il carattere tendenzialmente autoritario dei regimi politici e la loro instabilità. Ma si incrociano anche due questioni fondamentali per il destino dell’intero Occidente. La prima è quella di garantire il diritto di Israele a vivere in sicurezza entro confini certi e riconosciuti: diritto non negoziabile e che rappresenta, per così dire, la “cifra” stessa dell’esistenza politica e culturale dell’Occidente. La seconda è quella di definire con la Turchia nuove forme di collaborazione e di intesa in grado di rinvigorire – nell’interesse reciproco – il legame tra quel paese e l’Occidente, legame entrato pericolosamente in crisi negli ultimi tempi. Su questo terreno si gioca in prospettiva il dialogo stesso con l’islam moderato per un verso ma anche la capacità dell’islam di riformarsi per altro verso.

Linee di azione e strumenti operativi Come si è già detto, la politica estera deve essere riportata sotto il governo della “politica”: Parlamento ed Esecutivo in primo luogo. E’ in questa prospettiva, quindi, che vanno ridefiniti compiti e ruoli di enti e istituzioni ad essa preposti. Enti ed istituzioni che devono operare, per quanto possibile, in una logica da “sistema-paese”, e quindi attraverso un forte coordinamento delle iniziative.

Questo coordinamento non può che essere svolto – ferme restando le competenze dell’Alto Rappresentante agli Affari Esteri dell’Unione Europea di recente istituzione – dal Ministero degli Affari Esteri, anche in virtù della sua struttura territoriale (magari razionalizzandola, armonizzandola e quando necessario, modernizzandola). Dovrà essere il MAE a raccordare l’attività di tutte le altre strutture esistenti, sia a livello periferico domestico (Camere di Commercio, Associazioni industriali, Associazioni PMI, Banca d’Italia, ecc.) che internazionale (Uffici commerciali delle Ambasciate, Delegazioni permanenti presso organismi multilaterali, Rappresentanti nei Consigli di Banca Mondiale e Banche di Sviluppo Regionali, WTO); nonché di quelle istituzioni – come le università, i centri di ricerca, le associazioni culturali o di volontariato – che contribuiscono a definire l’immagine internazionale del paese. E dovrà essere sempre il MAE – magari con l’assistenza tecnica del Ministero dello Sviluppo Economico – ad inquadrare le azioni di partnership internazionali in una strategia di interesse dell’Italia nei diversi quadranti geopolitici.

Di conseguenza dovrà essere messo un freno alla moltiplicazione di quei soggetti pubblici – spesso espressione di interessi corporativi o localistici – che perseguono proprie strategie commerciali (se non addirittura politiche) operando in regime di assoluta autonomia, talvolta perfino in contrasto con le linee concordate nelle sedi istituzionali internazionali. In questo discutibile ruolo si sono distinte in modo particolare le Regioni che – con la cosiddetta “cooperazione decentrata” prima e con i varchi aperti dalla modifica del Titolo Quinto della Costituzione dopo – hanno assunto una presenza “ingombrante” nello scenario internazionale senza porsi obiettivi di medio termine, senza inquadrare la loro attività in una strategia nazionale, dilapidando risorse finanziarie, creando negli interlocutori esteri confusione di ruoli, poteri e responsabilità. Lo stesso dicasi per gli enti locali, dal momento che grazie alla cooperazione decentrata anche Province e Comuni si sono affacciati sul contesto internazionale, dando il loro contributo allo sperpero di risorse. Tutte distorsioni che assumono particolare evidenza nei settori ad alta tecnologia, nei quali non sono certo gli apparati burocratico-infrastrutturali a carattere localistico messi in piedi in questi anni a poter imprimere una spinta alla crescita dell’high-tech italiano.

Naturalmente la gestione di un’attiva politica estera dovrà essere accompagnata da scelte di politica economica con essa coerenti. Per fare solo qualche esempio. Un paese come il nostro, basato su un modello import/export lead e nel quale circa un quarto del PIL è generato dalle esportazioni, può consentirsi alla lunga un basso grado di internazionalizzazione dovuto a fattori legati alla struttura stessa del sistema produttivo,caratterizzato dal peso preponderante dell’imprenditoria minore? La dimensione aziendale è fattore decisivo per iniziative di ammodernamento, per l’adozione di sistemi innovativi e manageriali, per azioni di marketing. E per di più condiziona negativamente l’attività degli istituti di credito orientati a promuovere le nostre imprese sull’estero e che si limitano a seguirle e assisterle con tradizionali operazioni commerciali rinunciando ad un più impegnativo approccio marketing oriented di “scouting” dei mercati. Con la conseguenza che il sistema bancario italiano finisce per arroccarsi su una visione “prudenziale” e per rifuggire da una mentalità “di progetto”, necessaria per assicurare alle imprese i mezzi indispensabili all’avvio di iniziative imprenditoriali. E invece occorrono strumenti più idonei per favorire lo start-up di nuove iniziative, il finanziamento di idee e progetti, la predisposizione di meccanismi di garanzia che accrescano le capacità di credito delle banche quando i limiti prudenziali imposti dalle regolamentazioni di vigilanza diventano troppo cogenti rispetto alle opportunità offerte dal mercato.

Altro esempio è quello offerto dalla delocalizzazione di imprese italiane. Questo fenomeno produce gravi problemi sociali, soprattutto quando si tratta di attività che rappresentano l’unica risorsa per la popolazione di un territorio. Il problema va affrontato con molto realismo, anche individuando nuovi strumenti che trattengano il più possibile la “manifattura” all’interno del territorio nazionale.

Ultimo aspetto, quello della specializzazione. Non è pensabile di poter competere sui mercati internazionali a tutto campo, magari con paesi che hanno tradizioni, competenze e risorse più significative delle nostre. E’ utile orientarsi in alcune direzioni. E per fare anche in questo caso un esempio concreto – e un esempio che investe proprio l’area del Mediterraneo – l’Italia potrebbe specializzarsi nelle questioni che attengono alla gestione delle acque (potabile e del mare) e della integrazione delle reti elettriche internazionali. Si tratta di settori in cui le nostre strutture scientifiche hanno tutte le competenze per creare un efficace supporto sia sul terreno più strettamente economico sia su quello più propriamente politico, data la rilevanza che questi due settori tendono ad assumere per i paesi interessati.

L’Italia potrebbe così assumere un ruolo politico di primo piano: in materia di gestione delle acque, prevenendo eventuali conflitti per l’approvvigionamento di acqua potabile, regolamentando l’accesso alle acque transfrontaliere, gestendo l’impatto ambientale sulle acque delle diverse economie dei paesi che affacciano sul Mediterraneo; in materia di reti elettriche, affrontando i problemi relativi alle loro interconnessioni internazionali, alla regolamentazione dei carichi e delle interruzioni, agli investimenti per produzioni su scala multinazionale.

Anche in questo caso andrebbe restituito alla Farnesina quel compito di raccordo fra i vari soggetti per coordinarne le attività pure in settori relativamente nuovi come il cambiamento climatico. Per parafrasare le parole del Capo dello Stato alla Conferenza Ambasciatori di luglio 2010: la diplomazia, al pari di altre essenziali funzioni della Repubblica, non può essere oggetto di decentralizzazione neppure in un sistema compiutamente federale. Tale è infatti il caso degli Stati Uniti e, in Europa, della Germania Federale. In questo modo possiamo ripristinare quel ruolo di punta dell’Italia anzitutto nello scenario europeo: un ruolo che si è andato appannando dopo la stagione gloriosa dei padri fondatori e di alcuni loro epigoni.

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