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Le Tesi del 46° Congresso del PRI: “Situazione economica e problemi del Mezzogiorno”

13 novembre 2010

Relazione della Commissione tesi del Pri sui Problemi del Mezzogiorno. La Commissione è coordinata da Gianfranco Polillo.divario-nordsud1

Parafrasando un vecchio detto di Mao Tze Tung, è possibile dire che una grande confusione regna sotto il cielo della politica economica e delle relative teorie. Divergono i postulati teorici – i neo–keynesiani da un lato, i monetaristi dall’altro – non c’è unicità di indirizzi nelle politiche economiche – rigoristi contro “sviluppisti” – il ciclo stesso è sempre più asimmetrico: da un lato Paesi che hanno ripreso il sentiero della crescita – in genere le economie emergenti – e paesi che soffrono di una forte astenia – soprattutto l’Europa – e Paesi infine che, nonostante abbiano subito un forte impatto negativo dalla crisi, mostrano una capacità di reazione maggiore. Gli Stati Uniti ed il Canada, anche se in questo secondo caso i fondamentali hanno un segno completamente diverso.

Mettere ordine in questo labirinto, alla ricerca della migliore politica del momento, è come cercare un ago nel pagliaio. Ciascuna scuola di pensiero – si sa – ritiene di possedere verità rivelate e, quindi, combatte, a volte con asprezza, le idee non collimanti. E’ questo ad esempio il caso di Paul Krugman, nobel per l’economia non tanto per i contributi resi da un punto di vista teorico, quando per la sua vena di polemista, dalle colonne del “New York Times”. Sferzanti come al solito i suoi commenti. Coloro che predicano il rigore finanziario – questa è la sintesi del suo giudizio – lavorano per il Re di Prussia, scavando la fossa all’economia internazionale, destinata a conoscere le asprezze della “double dip”. Una recessione nella recessione, come avvenne durante la crisi del 1929. E poiché non è auspicabile una nuova corsa al riarmo, che fu il vero antidoto per superare quella crisi, ecco la critica impietosa contro i Paesi in surplus nelle rispettive partite correnti delle bilance dei pagamenti. Paesi come il Giappone, la Cina, la Germania ed i paesi produttori di petrolio dovrebbero sostituire la vecchia locomotiva americana, nel trainare la ripresa, visto che, quest’ultima non sarà in grado, almeno per un certo numero di anni, di assolvere alla funzione svolta dagli inizi degli anni ‘90 al crollo della Lehman Brothers, nel 2008.

Politiche differenziate

Cosa dovrebbero fare questi paesi? Rilanciare la loro domanda interna con politiche differenziate, cucendo il vestito della politica economica sulle differenti taglie delle loro economie. La Cina dovrebbe rivalutare lo yuan, per ridurre il peso delle sue esportazioni sul commercio mondiale e costruire in house quel modello di welfare che oggi costringe il più popoloso Stato della Terra a risparmiare gran parte del proprio reddito individuale per far fronte alle incertezze del domani ed al disinteresse di un apparato centrale che sarà anche comunista, ma certo non ha ancora la tempra di un Bismarck: l’inventore appunto, nel lontano ‘800, dei primi sistemi previdenziali. E che ancora oggi costituiscono gran parte della base dell’economia sociale di mercato. Rivalutare lo yuan, significherebbe cedere spazi di mercato interno alle importazioni dal resto del mondo e favorire, in questo modo, la domanda di prodotti esteri, con beneficio per tutte le altre economie.

Il Giappone, a sua volta, non solo dovrebbe rivalutare lo yen – cosa che sta già avvenendo – ma dovrebbe aprire il suo mercato interno, ancora presidiato – quasi si trattasse di un bene da non contaminare – dai grandi gruppi autoctoni, che vedono in quel controllo quasi assoluto la base indispensabile per le conseguenti scorrerie sui mercati internazionali. Non solo in termini di esportazioni, ma di intrecci finanziari che vanno dal semplice investimento di portafoglio, soprattutto verso gli Stati Uniti – all’acquisto di assets ed altre imprese, spesso di natura strategica. Il tutto favorito da una politica monetaria particolarmente permissiva che spinge i grandi gruppi ad indebitarsi a tassi estremamente contenuti per poi realizzare investimenti esteri, spesso di natura semplicemente speculativa. Finchè l’economia americana “tirava”, la scusa era quella di combattere una deflazione interna, che dura ormai dagli inizi degli anni ‘90. Nei fatti, tuttavia, questa politica da un lato ha compresso ogni istanza di carattere sociale; dall’altro ha favorito l’establishment finanziario, offrendogli grandi opportunità di profitto e reddito.

Eurozona

Stesse considerazioni per la Germania. Il saldo delle partite correnti dell’Eurozona mostra da tempo un sostanziale equilibrio. La politica monetaria della BCE è risultata coerente con questo dato di base. Rispetto a quella praticata dalla FED – la banca centrale americana – è stata più rigorosa, sia in termini di tassi di interesse che di controllo della base monetaria. Le oscillazioni dollaro – euro, sono state pertanto più condizionate dagli eccessi della FED che non dall’azzardo dei suoi omologhi europei. Lo dimostra la progressiva svalutazione della moneta verde, fino agli inizi dell’anno. Essa era soprattutto determinata dall’eccesso di base monetaria creata oltre Atlantico e dal differenziale nei tassi di interessi. Fenomeni destinati ad alimentare la “debt economy”, con un effetto negativo sul doppio deficit – di bilancio e delle partite correnti della bilancia dei pagamenti – ma non tale da compensare il maggior tiraggio della domanda interna, alimentata dal debito delle famiglie e della pubblica amministrazione.

I rapporti tra le due monete sono cambiati all’inizio dell’anno. Da allora l’euro si è progressivamente svalutato nei confronti della moneta americana, perdendo quasi il 20 per cento rispetto ai valori precedenti. Qualcosa di paradossale – ma fino ad un certo punto – se si considera che l’epicentro della crisi finanziaria si è collocato proprio in territorio americano. La verità è che l’equilibrio valutario dell’eurozona era fittizio o meglio asimmetrico. Si basava cioè sul surplus delle partire correnti dell’Europa carolingia (Germania, Austria, Belgio ed Olanda) e sul corrispondente deficit dei Paesi del Mediterraneo: soprattutto Grecia, Spagna, Irlanda e Portogallo, i famosi PIGS. Italia e Francia godevano di una posizione leggermente migliore. Il deficit delle partite correnti italiane è stato sempre molto contenuto – dell’ordine dell’1 o del 2 per cento del PIL – quello francese ancora minore.

Sul piano dell’area monetaria dominata dall’euro questi diversi elementi si compensavano, non solo sul piano delle statistiche inerenti le relazioni internazionali. Il surplus delle partite correnti era infatti utilizzato per alimentare movimenti di capitale si segno opposto, che andavano a vantaggio dei paesi in deficit, consentendo loro di chiudere la propria bilancia dei pagamenti in sostanziale pareggio. Si spiega così la forte esposizione delle banche tedesche, ad esempio, a favore della Grecia o della Spagna e le conseguenti incertezze che si sono manifestate nel momento in cui si decise di aiutare quel Paese con un intervento di carattere comunitario. Nella stessa Germania la spaccatura fu tra chi aveva principalmente a cuore gli interessi delle banche esposte – e che quindi sollecitava un intervento europeo – e che era, invece, preoccupato di creare un precedente particolarmente pericoloso.

Crisi greca

Quando la crisi greca è esplosa a seguito della certificazione del nuovo Governo circa la reale entità del deficit di bilancio – quattro cinque volte tanto quanto si temeva – queste fragilità, negli equilibri finanziari e valutari, sono emerse con particolare crudezza ed i mercati hanno, forse per la prima volta, riconsiderato il rischio implicito nel debito sovrano di ciascun Paese, rideterminando il relativo premio. Vale a dire lo spread – ossia la differenza di tasso di interesse – che doveva accompagnare l’acquisto dei relativi titoli sul mercato secondario. Un mercato, quest’ultimo, meno presidiato dalle Autorità monetarie, dove il prezzo si forma, giorno per giorno, sulla base dell’incontro tra domanda ed offerta tra compratori e venditori. Questa complessa alchimia spiega perché l’Italia, nonostante il suo debito pubblico sia di gran lunga superiore a quello degli altri paesi, abbia avuto dai mercati un trattamento migliore.

Ora si chiede alla Germania di rinunciare ad una politica di rigore, per favorire lo sviluppo dell’intera area. Si liberalizzi il mercato interno – soprattutto dei servizi – si abbandoni la norma costituzionale che sancisce l’obbligo di pareggio del bilancio, seppure a partire dal 2014. Si consenta ai salari di crescere più della produttività per dare spazio alle importazioni dai paesi vicini. Il costo di questa politica – visti gli attivi delle partite correnti della bilancia dei pagamenti (i più elevati del mondo) – sarebbe limitato. In alternativa aumenterebbe la coesione di tutto il Continente. E forse – il dubbio è d’obbligo – l’Europa monetaria vedrebbe crescere il suo tasso di sviluppo complessivo. Non sarebbe più quel vaso di coccio tra i due vasi di ferro (Cina e Stati Uniti) che sembrano tentati dalla corsa solitaria del G2. Siamo già oltre il campo della disputa economica. Come mostrano plasticamente le polemiche tra Sarcozy – teorico di questa soluzione – ed Angela Merkel, che non si stanca mai di santificare le virtù inossidabili del suo Paese; accompagnate dalle chiose dei rispettivi entourage.

Convince questa tesi, vista come variante continentale, di un’ipotesi più generale? Fino ad un certo punto. Il successo di questa strategia presuppone una sincronia tutta da dimostrare. Ciò che la Germania perde, in termini di quote di mercato, dovrebbe essere compensato dai guadagni relativi degli altri Paesi dell’Eurozona. Solo così la somma del dare e dell’avere non inciderebbe sui saldi complessivi dell’area monetaria, stabilizzando il rapporto dollaro – euro. E, più in generale, l’equilibrio valutario internazionale. Ma se questo non avvenisse, cosa sarebbe dell’euro e della politica monetaria della BCE, che, in questi anni, è stata coerente con il saldo a pareggio delle partite correnti della bilancia dei pagamenti dell’intera area? Se quei maggiori spazi di mercato fossero conquistati da Extracomunitari (Cina, India, Stati Uniti, Giappone ecc.) l’euro subirebbe una forte flessione. La conseguenza sarebbe – vista la forte dipendenza energetica del Continente – una ripresa del processo inflazionistico che obbligherebbe ad una politica monetaria più restrittiva. Ciò che si guadagnerebbe in termini di maggiore ipotetico sviluppo, si perderebbe sul fronte della stretta creditizia e dei maggiori tassi di interesse.

Incognite

Le incognite, come si vede, prevalgono sulle certezze. Se vivessimo nel mondo di Kant – pace universale e governo globale del mondo – saremmo senz’altro favorevoli a questa scelta. Compito del Grande Architetto – ossia del Programmatore universale – sarebbe quello di modificare l’ampiezza dei vasi comunicanti, che innervano l’economia mondiale, per stabilizzare il livello della pressione. Ma non è questo il mondo reale. Il suo modo effettivo di funzionare risponde più agli schemi di Nash, che non a quelli di Kant. E’ la teoria dei giochi che descrive la razionalità dei comportamenti dei soggetti che vi partecipano. E’ il “dilemma del prigioniero” che traccia le strategie effettive. Nel conflitto competitivo, la soluzione vincente è sempre quella di “second best”. Il massimo dei vantaggi individuali si ha solo a discapito dell’equilibrio complessivo. Conclusioni di una mente – come quella del grande matematico americano – sempre in bilico tra genialità e follia?

Chi ragiona così trascura un elemento fondamentale. Come le grandi catastrofi naturali – terremoti, tsunami, inondazioni e così via – cambiano l’ambiente naturale, così la crisi sconvolge precedenti equilibri. Grazie o a causa della crisi, vi sono paesi che avanzano ed altri che regrediscono. Aree del mondo che conquistano posizioni ed altre che indietreggiano. La crisi, in altri termini, cambia la gerarchia degli equilibri mondiali. Quella del 1929, come insegna Kindleberger, ad esempio segnò il passaggio dall’egemonia inglese sul mondo Occidentale – la Russia era già una repubblica comunista – a quella americana. Anzi il suo protrarsi nel tempo fu proprio dovuta al fatto che il Governo statunitense colse, con estremo ritardo, il senso di questo cambiamento. E non seppe esercitare la sua egemonia: quell’insieme di oneri ed onori che quello scettro comportava. Alla luce di queste ultime considerazioni, qualsiasi visione meccanica dell’evoluzione della crisi perde ogni connotato di realismo. Misurarsi con essa significa, soprattutto, valutare la natura ed il peso dei rapporti di forza – sia interni che internazionali – che essa prima scompagina e poi riaggrega.

Il calcolo relativo sfugge ad una logica piana. Le politiche economiche più corrette sono quelle che tengono conto del contesto internazionale, che le condiziona, e delle risorse, in senso lato, a disposizione del singolo Paese per governare l’inevitabile shock competitivo, che è il cuore ed il motore della crisi stessa. Sotto questo profilo gli handicap italiani sono molteplici. Essa vive all’interno di un contesto continentale – l’Eurozona – caratterizzato da un basso tasso di crescita di tipo strutturale. Sono anni ormai che l’Europa cresce meno non solo delle economie emergenti, ma degli stessi Stati Uniti. Cresce anche molto meno dei Paesi rivieraschi del Mediterraneo, a partire dalla stessa Turchia, fino a pochi anni fa maglia nera per tasso di sviluppo ed inflazione galoppante. Si trattasse di un semplice confronto tra vecchie e giovani economie, la prospettiva sarebbe meno inquietante. I classici – Da Ricardo a Marx fino a Keynes – preconizzavano una sorta di “Stato stazionario”, una volta giunti al culmine dello sviluppo capitalistico. Ma l’esperienza americana – nonostante il ruolo assunto dal debito – dimostra il contrario. Il limite allo sviluppo coincide solo con il decadimento della propensione sociale allo sviluppo: un insieme di valori, comportamenti, sedimentazioni storiche che ne negano in radice i presupposti. Trattandosi di fattori storico–culturali non sarà facile farvi fronte, se non a seguito di una scossa che la stessa crisi può determinare, sollecitando una specie di istinto alla sopravvivenza. Così fu, ad esempio, il passaggio dall’oscurità del Medio Evo al Rinascimento.

Salari

La conseguenza di un più basso tasso di sviluppo non è stata solo quella di un minor benessere sociale complessivo. Questo dato, ad esempio, emerge con chiarezza quando si comparano i salari italiani con quelli degli altri Paesi europei. Dato che l’opposizione politica e sindacale guarda sempre con gli occhi di chi si accontenta dell’apparenza delle cose. Non comprende infatti che quel fenomeno non è altro che la conseguenza di una crescita della produttività – la produttività totale dei fattori – che in Italia è stata ancora meno dinamica. Tant’è che il CLUP – costo del lavoro per unità di prodotto – è stato in genere molto più elevato, nella sua proiezione dinamica rispetto a quello degli altri concorrenti esteri: a partire dai paesi europei. Se il rapporto tra Stato e mercato – ossia tra costo dell’apparato pubblico ed il sottostante apparto produttivo – fosse rimasto costante, oggi i nostri guai sarebbero stati minori. Non si sarebbe cioè verificato quel fenomeno di “spiazzamento”, non solo di tipo finanziario, che affligge da anni la nostra economia e che è diventato sempre più esorbitante.

Il successo del “miracolo economico”, all’indomani della seconda guerra mondiale, fu appunto determinato dal fatto che la sovrastruttura giuridica ed istituzionale si sviluppava con un certo ritardo, rispetto ai ritmi della semplice “ricostruzione economica”. Ciò consentì all’Italia di accumulare ingenti risorse valutarie e di abbattere, in pochi anni, un debito pubblico cresciuto, a seguito dello sforzo bellico, a dismisura. Questo circolo virtuoso si interruppe a metà degli anni ‘60, con la prima congiuntura negativa. Da allora il ritmo di crescita tra gli apparati produttivi e la sovrastante struttura economica ed istituzionale subì una più o meno lenta, ma costante, divaricazione. Ed iniziarono i problemi di carattere valutario. Che si risolsero, periodicamente, con il ricorso all’arma della svalutazione. Quest’ultima favoriva le esportazioni e penalizzava le importazioni. Determinava inflazione che abbatteva il valore monetario dello stock di debito, nel frattempo accumulato, ristabilendo un equilibrio precario, fino alla successiva svalutazione.

Senza voler entrare nel dettaglio delle varie fasi che hanno accompagnato lo sviluppo dell’economia italiana, qui preme sottolineare solo come la nascita dell’euro e la relativa stabilità del cambio abbia bloccato questa sorta di meccanismo di salvaguardia di tipo macroeconomico. Da allora il debito pubblico è costantemente lievitato, anche se la caduta dei tassi di interesse, a seguito dell’ingresso nell’euro, ne ha progressivamente ammortizzato il costo di rinnovo. Tuttavia l’apparato fisico, ch’era sotteso alla crescita degli aggregati finanziari, non è stato ridimensionato. Ha continuato, pertanto, a produrre eccesso di spesa – quindi fenomeni di “spiazzamento” – che si sono riflessi sul deficit d’esercizio, alimentando ulteriormente il debito. Se quest’ultimo non è aumentato in modo ancora più consistente si deve principalmente al fatto che, a partire dall’inizio degli anni ‘90, i tassi di interesse, in termini reali, sono stati quasi sempre prossimi allo zero.

Tagliare

Se queste sono le premesse, la soluzione del problema, almeno da un punto di vista teorico, appare scontata. Se vogliamo far crescere di più l’economia reale dobbiamo ridurre il costo degli apparati pubblici. Ossia tagliare la spesa. Qui c’è un punto di discrimine nei confronti delle tesi sostenute dall’opposizione, che insistono quasi esclusivamente – anzi senza il quasi – sulla lotta all’evasione fiscale. Essa è sacrosanta, ma gli eventuali successi non possono favorire maggiori spese. Le eventuali maggiori entrate devono invece servire per ridurre la pressione fiscale complessiva: a partire da quella sostenuta dai contribuenti onesti che è di gran lunga superiore alle tradizionali medie elaborate dall’ISTAT.

Nel 2009 la pressione fiscale è stata pari al 43,2 per cento del PIL: la più alta dell’Eurozona, se si esclude l’Austria ed il Belgio. Quella che grava sui contribuenti onesti è tuttavia pari al 52,1 per cento, se dal conto del PIL si esclude l’economia sommersa. Che non paga tasse, ma pesa sull’ammontare del PIL , aumentando il relativo denominatore, grazie a stime e valutazioni indirette compiute dal nostro Istituto di statistica, sulla base di parametri concordati in sede EUROSTAT. Aggiungiamo che, a seguito della manovra appena varata dal Parlamento, la pressione fiscale complessiva aumenterà – sempre che le norme antievasione avranno successo – di circa lo 0,4 per cento. Essa raggiungerà pertanto quota 43,6, la stessa che del 1997, quando sotto la spinta del Governo Prodi, l’Italia fu chiamata ad uno sforzo straordinario per l’ingresso nell’euro. E’ vero che allora a pagare furono, soprattutto, i contribuenti onesti, mentre ora, per definizione, il pendolo dovrebbe oscillare a danno dei furbi e degli evasori, ma il paradosso rimane. Se la lotta all’evasione non serve per ridurre le tasse di chi le ha sempre pagate, ma per sanare il bilancio, i benefici sociali si riducono notevolmente e, con essi, l’incentivo ad impegnarsi per produrre meglio e di più.

Queste semplici considerazioni ci portano a rovesciare il ragionamento precedentemente svolto ed a porre in primo piano l’esigenza del rigore finanziario. Da questo punto di vista non c’è contraddizione tra crescita e contenimento degli apparati pubblici. Tesi non da tutti condivisa. Da un punto di vista teorico si risponde rispolverando antichi teoremi keynesiani. Se si contiene la spesa – si osserva – diminuisce la domanda effettiva e di conseguenza si annebbiano le prospettive di una ripresa. La critica è ancora più efficace se si considera che gran parte dell’apparato produttivo presenta un eccesso di capacità non utilizzata a causa della caduta della domanda internazionale. Ragione di più – si osserva – per evitare forme non di rigore, ma di “rigorismo”, che rischiano di determinare l’eterogenesi dei fini. Vale a dire risultati contrari a quelli sperati.

Critica

Su questa posizione il PD ha, da tempo, costruito la sua critica al Governo. Posizione avallata da numerosi economisti, che si muovono tuttavia alla sinistra di quel Partito, vagheggiando un mix di politiche economiche con al centro la critica alla politica tedesca, secondo lo schema che abbiamo già accennato, ed una chiusura a riccio dell’Europa: contro la speculazione, il movimento dei capitali, il commercio internazionale un fair, vale a dire il dumping sociale ed ambientale della Cina. La critica alla politica di “austerity” sia a livello europeo che nazionale si fonda, comunque, sul presupposto che si diceva in precedenza. Occorre potenziare la domanda effettiva, con riforme che vanno nel senso opposto a quelle da noi indicate: maggiore presenza dello Stato, regolazione più stringente del mercato del lavoro a favore degli insider – ma chi pensa ai disoccupati ed ai giovani? – ampliamento del welfare e così via.

Il PDL ha più volto risposto a queste critiche, sul terreno della polemica politica. Se si fossero seguite quelle suggestioni – è stato detto – oggi l’Italia sarebbe come la Grecia. Non sono mancate, tuttavia, argomentazioni di natura scientifica, per contrastare tesi, oggettivamente, datate. La forza di Keynes stava soprattutto nel contesto storico in cui l’illustre economista scriveva. Allora l’economia internazionale usciva dalla terribile esperienza della crisi del 1929, che aveva anche segnato la fine del primo processo di globalizzazione: quello dell’inizio del ‘900 che aveva visto come grandi protagonisti studiosi come Hilferding e rivoluzionari come Lenin. La grande guerra – conflitto di tipo imperialista – aveva fatto naufragare i sogni di chi pensava ad un superamento degli angusti limiti degli Stati nazionali. Per inciso, va solo ricordato che Lenin non solo adeguò la sua azione politica a questa visione, ma fu anche il primo a realizzare – con la Terza Internazionale – una organizzazione politica sovranazionale, che fu poi all’origine della “guerra dei trent’anni”, come dicono gli storici francesi, che insanguinò l’Europa ed il mondo. La crisi del ‘29 segnò comunque il ritorno ad un sistema di economie chiuse, che potevano essere governate da una diversa presenza dello Stato, come grande organizzatore del processo economico e sociale. Obiettivo che fu comune tanto alle democrazie occidentali – il new deal americano – quanto agli stati totalitari: la Germania di Hitler e l’Italia di Mussolini.

Cosa rispondere a quelle teorie, calandole nella realtà contemporanea, nel segno di una ripresa del processo di globalizzazione – e quindi del superamento degli Stati nazionali – in un ottica di pacifica convivenza? Utilizzando schemi mutuati dal pensiero di David Ricardo. Potenziati dal ricorso alle così dette elaborazioni sulle “aspettative razionali”. Il modello è relativamente semplice. Se le spese dello Stato aumentano – si fa osservare – gli operatori economici – famiglie ed imprese – scontano che, prima o poi, le tasse dovranno aumentare. Contraggono, quindi, i consumi e di conseguenza si riduce la domanda effettiva. L’inverso avviene, invece, se la spesa pubblica si contrae. Come si vede l’effetto complessivo è esattamente l’opposto di quello indicato dalle analisi di stampo keynesiano. Chi ha ragione?

Competitività

L’idea di un consumatore così avveduto può far sorridere. Ma il discorso diventa destramente serio quando ci si riferisce ai mercati finanziari. Sarà pure l’eccesso di risparmio – soprattutto della sua cattiva distribuzione, aggiungiamo noi – come continua a ripetere Paul Krugman, per sostenere le sue tesi anti – austerity. Sta comunque di fatto che il suo eccesso – alimentato dalle politiche finanziarie espansive delle banche centrali – ha drammaticamente accentuato il livello di competitività tra i diversi operatori finanziari. La ricerca di un ritorno positivo ai propri investimenti di capitale è diventato spasmodico. Guadagna di più che capisce, prima di altri, l’evolversi della congiuntura economica e finanziaria, chi coglie quelle debolezze su cui è possibile, ad esempio, impostare manovre ribassiste. Questo spiega l’utilizzo di sofisticati modelli matematici – le banche d’affari o gli hedge fund ne sono pieni – che la tecnologia dei computer, sempre più potenti e veloci, ha reso pervasivi. In questo contesto tecnologico e globale la teoria delle “aspettative razionali” si è trasformata: da semplice modello teorico è divenuta il principale supporto operativo alle decisioni gestionali, minando nel profondo le vecchie impostazioni di carattere keynesiano.

Stabilità

Che fare, quindi? Il primo obiettivo è la stabilità finanziaria. Questo vincolo vale per l’economia internazionale. Ma vale soprattutto per un Paese, come il nostro, che ha il terzo debito pubblico del mondo. Addirittura il primo, se si escludono, seppure per ragioni diverse Grecia, minata da una profonda instabilità economica oltre che finanziaria, e Giappone, il cui debito vista la competitività della sua economia, preoccupa assai meno. L’Italia, invece, vive in un limbo. Finora ha dimostrato di saper gestire quel fardello, ma ogni possibile incertezza rischia di essere pagata a caro prezzo. C’è qualcosa di diabolico in questo puzzle. La sostenibilità del debito italiano, infatti, non dipende solo dalle scelte economiche del Governo, ma risente degli equilibri complessivi dei mercati e delle strategie dei suoi competitori nell’offerta dei titoli da sottoscrivere.

Nel 1995 il debito pubblico del Belgio era superiore a quello italiano: il 129,8 per cento, contro il 121,5. Gli ultimi dati, relativi al 2008, mostrano i progressi compiuti dai due paesi. Il debito pubblico del Belgio è sceso all’89,6 per cento, quello italiano è stato pari al 105,7. Nel primo caso la caduta è stata di 40 punti, nel secondo di circa 16. Come hanno reagito i mercati a questa diversa performance? Attualmente il Belgio paga, per rinnovare i suoi titoli in scadenza, circa 50 punti base in più rispetto al bund tedesco. L’Italia ne deve invece sborsare circa 150. La differenza è di 1 punto percentuale. Poiché il rinnovo annuale è di circa 300 miliardi di euro, la differenza è pari a 3 miliardi di euro all’anno. Una somma che è pari a circa un terzo dell’ammontare dell’attuale manovra. E siamo ancora fortunati.

Nel tempo la spesa per interessi, in relazione al PIL, è progressivamente mutata. Nel 1980 era pari al 4,5 per cento. Aveva toccato il massimo nel 1994 – 12,6 per cento – per poi tornare, nel 2005, ai suoi valori iniziali: 4,6 per cento. Negli ultimi tre anni è tornata a crescere, seppur di poco, toccando nel 2008 il 5,2 per cento. La discesa è stata favorita da due circostanze: l’avvio delle procedure per la nascita dell’euro che ha, per così dire, europeizzato il debito italiano; la grande liquidità dei mercati finanziari, a seguito della politica seguita dalla FED americana. Quella stessa politica che, come si è visto, ha prodotto le grandi “bolle speculative” che in questi anni si sono succedute, fino alla grande crisi del 2008. Durerà questa congiuntura favorevole o l’avvio della “exit strategy” renderà più stringente il quadro finanziario con effetti immediati sulla dinamica dei tassi di interesse e quindi sulla relativa spesa?

Fino a quando…

Questa è la grande incognita dei mesi futuri. Fino a quando potremo continuare a sperare sull’eccesso di risparmio prodotto dai Paesi in surplus della bilancia dei pagamenti correnti? Paradossalmente se si verificassero gli auspici di Paul Kugman o degli altri economisti di formazione neo–keynesiana l’Italia crescerebbe, forse, di più in termini reali, ma sarebbe strangolata dal cappio finanziario. E’ infatti evidente che un maggior tasso di crescita sarebbe possibile solo se aumentasse il livello complessivo degli investimenti. Ma se ciò avvenisse, l’eccesso di risparmio non sarebbe più tale ed i tassi di interesse non potrebbero non aumentare. E’ quindi una corsa contro il tempo, quella dell’economia italiana. E purtroppo di tempo se n’è perso pure troppo.

Le strade finora tentate per ridurre il debito pubblico si sono dimostrate vane. Ha fallito la politica del “tassa e spendi”, portata avanti dal Governo Prodi. Ma non ha avuto successo nemmeno il tentativo di Giulio Tremonti di contenere una spesa – che è riuscito solo a stabilizzare – per ricavare gli spazi fiscali necessari per ridurre la pressione fiscale. Non dimentichiamo che circa la metà dell’ultima manovra – quella dell’estate – si finanzia grazie ad una più decisa lotta contro l’evasione – che speriamo abbia successo – ma che non è destinata a ridurre il prelievo sui contribuenti virtuosi: bensì a sostenere la riduzione del deficit complessivo. Ed allora? Non rimane che tentare nuove strade, avendo chiaro quali sono le ragioni più profonde che hanno finora impedito di seguire, solo per fare un esempio, la strada belga. Il tutto complicato dal fatto che oggi non è solo l’Italia alle prese con questo problema.

Abbiamo fatto scuola

Secondo le ultime proiezioni del Fondo Monetario Internazionale (settembre 2010) per la fine di quest’anno il livello medio del debito dei Paesi del G7 sarà pari a circa il 110 per cento del PIL. Come dire? L’Italia ha fatto scuola. Ma non si può dire che mal comune sia mezzo gaudio. Se da un lato il nostro Paese cessa di essere l’anomalia internazionale, dall’altro le condizioni di mercato, ai fini della sostenibilità del debito, diventano più stringenti. La necessità di rinnovare i titoli in scadenza determinerà inevitabilmente un eccesso di domanda di credito ed una più accentuata concorrenza dei Paesi debitori nei confronti degli investitori. Cercare di ridurre l’esposizione complessiva diventa pertanto una priorità addirittura maggiore. Come tentare di farlo? Andando alla radice della “crisi fiscale” italiana. Vale a dire cambiando le procedure di spesa e di bilancio – cosa già avvenuta a livello centrale – ma, soprattutto, riorganizzando quella grande nebulosa che è la finanza degli Enti territoriali e che è l’idrovora principale che è all’origine dei nostri squilibri: sia di parte corrente che in conto capitale. E’ il grande tema del riordino dei pubblici poteri: sia a livello nazionale che locale. Il tema del federalismo. Nei confronti del quale non possiamo avere posizioni “passatiste”; ma sul quale dobbiamo avviare una riflessione critica, senza preconcetti.

Lettera morta

La prima legge sul federalismo fiscale (L. 133 del 13 maggio) fu varata nel 1999, dal Governo D’Alema. Il suo artefice fu, soprattutto, Piero Giarda, allora sottosegretario al Tesoro, e un’autorità in materia. E’ rimasta per oltre dieci anni lettera morta. Nel frattempo la finanza locale andava fuori controllo. Nel 1997, le cosiddette Leggi Bassanini introdussero il decentramento amministrativo creando le basi giuridiche che avrebbero legittimato, alcuni anni dopo (2001), le modifiche al Titolo V della Costituzione: riforma oggi ripudiata dagli stessi promotori. Allora, fatta 100 la spesa corrente complessiva, quella dello Stato centrale – al netto degli interessi e dei trasferimenti alle strutture decentrate - era pari al 30,4 per cento del totale. Quella degli Enti locali al 27,9. A distanza di poco più di dieci anni, questo rapporto si è completamente invertito. Nel 2008, secondo le più recenti valutazioni dell’ISTAT, la prima è scesa al 23,4 per cento, mentre quella delle Istituzioni locali è salita al 32,7: con una differenza di quasi 10 punti, che la dice lunga sulle origini degli attuali squilibri finanziari.

Ancora più drastiche le conclusioni della “Relazione sul federalismo fiscale”, presentata in Parlamento nello luglio del 2010. La spesa discrezionale dello Stato sarebbe pari, secondo le ultime rilevazioni, a 84 miliardi di euro, contro una spesa locale più del doppio, essendo risultata pari a 171 miliardi di euro. E’ il segno di un collasso istituzionale senza precedenti, su cui Governatori, Sindaci e Presidenti di province dovrebbero riflettere, piuttosto che alimentare maratone di protesta contro i tagli decisi dal Governo. Ma quella descritta è solo la punta di un iceberg. Secondo le tabelle allegate alla Relazione – Fonte Copaff – nel 2088 le spese per gli organi istituzionali della Regione Umbria sarebbero state pari a 110.562 euro, contro una media per tutte le regioni a statuto ordinario pari a 33.147.547. Se fossero vere quelle cifre, considerando solo gli emolumenti dei consiglieri regionali (31) – quindi escludendo la giunta – si arriverebbe ad una cifra pro-capite annua di 3.566 euro. Siamo ben al disotto del livello di povertà, certificato dall’ISTAT.

Queste grossolane incongruenze descrivano la giungla che caratterizza la contabilità regionale. In campo civilistico i principi contabili – lo IAS – sono decisi da organismi di carattere internazionale. Per la contabilità pubblica delle Regioni vige, invece, il principio del “fai da te”. E poco importa se i risultati sono quelli che abbiamo indicato. E’ l’effetto perverso dell’articolo 117 della Costituzione. Il comma due considera, infatti, l’armonizzazione dei bilanci pubblici “materia di legislazione concorrente”. Ma in questi 10 anni nessuna autorità centrale – sia la Ragioneria generale dello Stato o la Corte dei Conti – ha voluto mettere bocca. Le Regioni hanno, pertanto, impostato una contabilità che definire creativa è far torto al senso comune. Ne è derivata l’assoluta assenza di controlli, con le conseguenze che abbiamo già detto. Ben venga, quindi, il “federalismo” se esso metterà ordine nel ginepraio dei rapporti istituzionali, sorti come funghi nel disinteresse generale. Ma non sarà facile visto le fragilità degli attuali assetti politici complessivi.

Conti a posto

Si può quindi dare torto a Giulio Tremonti, quando cerca di ripartire l’onere del risanamento colpendo anche questi centri di spesa fuori controllo? Siamo convinti – e non da ora – che al rigore finanziario non esiste alternativa. Esso è ineludibile sul piano politico, sociale ed economico. Se l’Italia vuole conservare il ruolo che le spetta a livello internazionale, deve presentarsi con i conti a posto. Non siamo la Grecia, né la Spagna o il Portogallo: paesi dal passato travagliato, giunti relativamente tardi tra le democrazie liberali. Se non si vuole che la Comunità europea si trasformi in un club esclusivo, segnato dal condominio franco – tedesco, dobbiamo essere liberi di non chiedere. Il senso della Nazione non si difende solo nella giusta polemica nei confronti di Bossi, ma dimostrando al Mondo la capacità di essere autonomi e realmente indipendenti. Altrimenti si fa solo retorica.

Sul piano della coesione sociale solo la stabilità finanziaria ed il conseguente rigore consente di venire effettivamente incontro a chi è rimasto indietro, senza innescare comportamenti compassionevoli che deresponsabilizzano e premiano i più furbi. Quando si evoca la riforma del welfare, si parla di risorse da destinare a chi ne ha veramente bisogno. “Per effetto del trasferimento di piene competenze in materia di assistenza sociale (in base al Titolo V) – si legge nella Relazione sul federalismo – il numero degli invalidi civili è quasi di colpo passato dal 3,3% al 4,7% della popolazione. La spesa corrente è quasi di colpo passata da 6 a 16 miliardi. Escluso che in così breve periodo di tempo ci sia stata in Italia una mutazione strutturale sociale così forte, nella forma della proliferazione su vasta scala di patologie invalidanti, è evidente che la causa del fenomeno è stata una causa politica”. E’ difficile non condividere quest’analisi. La consideriamo la giusta chiave di lettura per comprendere le anomalie e le ingiustizie che accompagnano il welfare italiano. Un welfare che fa tanto per i padri – a partire dalla previdenza – ma ben poco per i figli. Se poi si tratta di figlie, che hanno inoltre la sventura di vivere nel Mezzogiorno, si entra addirittura nel campo della patologia.

Ma il rigore è indispensabile soprattutto dal punto di vista economico. Abbiamo riportato le suggestioni di chi vede solo nella crescita la strada per uscire dalla crisi. Non siamo sordi di fronte a questa prospettiva. La consideriamo giusta, in astratto: meno realistica se rivolta all’Italia, il cui condizionamento internazionale è quello che abbiamo indicato. Negli attuali equilibri globali, la finanza ha rappresentato e rappresenterà ancora l’elemento più dinamico. Utilizzando le grandi leve di cui dispone può attaccare le economie più deboli ed esposte, cambiando di colpo il profilo dell’evoluzione congiunturale. L’economia reale, al contrario, si muove più lentamente. Richiede riforme di carattere strutturale – mercato del lavoro, liberalizzazioni, semplificazioni legislative, sviluppo del mercato e così via – che hanno bisogno di tempo, prima di poter dare i loro frutti. In questo sentiero, indubbiamente stretto, deve muoversi la politica economica. Da un lato rigore finanziario, dall’altro riforme: il vero punto debole degli ultimi anni, se si considera che del tema si parla dall’ingresso nell’euro, ma i progressi finora realizzati sono stati fin troppo lenti.

L’economia non aspetta

Naturalmente l’economia non aspetta i tempi della politica. Essa è comunque più celere, come mostrano i dati sulla più recente evoluzione congiunturale. Mentre i medici, al capezzale dell’economia mondiale, discutono di ricette, a volte improbabili, il mercato sta già dando le sue risposte. L’euro si è svalutato nei confronti del dollaro e dello yen. Le esportazioni sono ripartite dando nuova slancio alla produzione industriale. Nel primo semestre dell’anno il tasso di crescita del PIL italiano è stato più o meno in linea con quello dei paesi concorrenti e con la media europea. E’ necessario favorire questo processo. La storia nazionale insegna che il drive delle esportazioni è stato sempre un grande fattore di modernizzazione del Paese. Fu questa la scelta che, nell’immediato dopoguerra, nonostante la contrarietà di Confindustria, consentì all’Italia di ricollocarsi nel novero dei paesi più moderni. Ma puntare solo sulle esportazioni, purtroppo, non basta. E’ bastato infatti che l’euro si rivalutasse nei confronti del dollaro, perché tutto divenisse più difficile. Come mostrano le ultime previsioni relative alla fine dell’anno.

C’è una cosa che sfugge ai principali commentatori. L’economia italiana ha la forma di un minotauro: metà uomo e metà toro, come insegna la mitologia greca. E’ europea nel centro nord, proiettata nel passato nel Mezzogiorno. Quando parliamo di passato – come vedremo meglio più avanti – non ci riferiamo solo alla politica, ma al tipo di lettura da dare allo sviluppo economico italiano più recente. Si dice che il nostro Paese cresce poco. Diagnosi ineccepibile. Fa impressione perché prima del 1980 era vero il contrario. Il tasso di sviluppo dell’economia italiana – nonostante squilibri e contraddizioni - era leggermente superiore a quello delle medie europee. Ma limitarsi a dire che cresciamo meno degli altri significa poco. Non consente alcuna esplorazione circa le cause che sono all’origine del fenomeno. L’Italia cresce poco – questa è la nostra diagnosi – perché cresce male. Sono, in altri termini, i suoi squilibri interni a determinare un riduzione del suo tasso di crescita complessiva. Il ragionamento va quindi rovesciato. A partire dai dati.

Crescita reale

Analizziamo ad esempio il tasso di crescita reale dell’Italia rispetto alla media dei Paesi europei. Quello italiano si può scomporre in due grandi aree geografiche, adatte a indicare il nostro “dualismo”: centro – nord, da un lato, Mezzogiorno dall’altro. Due sono le fasi, distinte: la prima che va dal 1996 al 2002; la seconda che parte dal 2003 per arrivare ai giorni nostri. Nei confronti dei tassi di crescita altrui, è chiara la progressiva regressione italiana, da un lato; la crisi del Mezzogiorno dall’altro e la relativa risultante di questo processo. Quando l’economia del Mezzogiorno si sviluppava a tassi più o meno equivalenti a quella del centro nord, allora l’economia italiana, nel suo complesso, teneva rispetto agli standard internazionali. Ma quando il Mezzogiorno è caduto, le distanze sono progressivamente cresciute e con esse il gap, in termini di reddito pro-capite, rispetto alla media europea ed ai principali Paesi che la compongono.

Il 2003

Il balzo all’indietro, nella caduta del reddito pro-capite italiano, coincide con il 2003. In quell’anno, per la prima volta, scendiamo di quasi un punto rispetto alla media degli altri. Da allora la caduta diventa inarrestabile. In sette anni perdiamo quasi 7 punti: uno all’anno. Uno stillicidio, che non può essere compensato dall’eventuale maggior crescita del centro – nord. Nel secondo trimestre di quest’anno, infatti, le cose sono andate meglio del previsto. Il tasso di crescita è stato dello 0,5 per cento, rispetto al trimestre precedente. Si è trattato del miglior risultato a partire dal secondo trimestre del 2006. Peccato solo che una buona parte di quei risultati siano stati vanificati dalla cattiva performance del Mezzogiorno. Le esportazioni hanno contributo alla crescita del PIL per lo 0,6 per cento: una percentuale maggiore. Se siamo scesi allo 0,5 per cento, questo significa che il Mezzogiorno ha rappresentato una seria ipoteca. Se a questo si aggiunge che la struttura manifatturiera italiana è tutta concentrata oltre la linea gotica, si possono tirare le somme: il centro - nord è cresciuto dello 0,8 per cento. Il Mezzogiorno ha subito una regressione dello 0,3 per cento. Risultato? Una media dello 0,5 per cento: appena la metà di quella europea.

Dualismo

Questi scarni elementi – ma altri se ne potrebbero aggiungere – dimostrano quanto sia indispensabile riflettere sulle caratteristiche del moderno “dualismo”. Lo dobbiamo non solo alla comunità meridionale, ma al Paese intero, che non riesce ad esprimere pienamente le sue potenzialità a causa dello stato di crisi del Mezzogiorno. Prima che si avviasse il processo di globalizzazione, il Mezzogiorno era semplicemente “sottosviluppo”. E non è un caso se le prime analisi del fenomeno a livello internazionale – da Vera Lutz a Gunnar Myrdal – presero spunto proprio dal “dualismo”, esistente nel nostro Paese. Tra Paesi sviluppati e Paesi sottosviluppati esisteva una “forbice” che un doppio processo cumulativo - di sviluppo il primo di regressione il secondo – inevitabilmente allargava. Il confine era variabile. Da un lato gli ex Paesi coloniali – da qui la teoria che anche il Sud d’Italia era stata terra di conquista del Piemonte – dall’altro le grandi metropoli occidentali. Varie le cause: la diversa specializzazione produttiva, la carenza di investimenti, lo scambio ineguale e così via. Ma è ancora così?

Basta guardare una carta geografica. Le vecchie periferie – dalla Cina al Sud America – hanno conosciuto una grande fase di crescita economica, sospinta dai venti della globalizzazione. Gli stessi Paesi che affacciano sul Mediterraneo hanno avuto in questi ultimi dieci anni un tasso di crescita medio del 5 o del 6 per cento. Solo il Mezzogiorno d’Italia è rimasto al palo. Tagliato fuori da questo più generale sommovimento. E’ quindi tempo di riflettere criticamente sulle esperienze del passato. Capire ciò che ora – e non decenni fa – non funziona per aggiornare il bagaglio di idee che è necessario per affrontare un problema dai connotati antichi, ma per molti versi nuovo.

Miti da sfatare

La prima cosa da sfatare è che nel Mezzogiorno siano stati gettati inutilmente migliaia di miliardi. La vecchia teoria dello sviluppo dell’epoca pre–globalizzazione assegnava allo Stato il compito di combattere l’emarginazione grazie all’intervento straordinario. E’ la logica che ancora oggi ritroviamo nell’intervento europeo – i fondi strutturati - a favore delle “zone in ritardo di sviluppo”: come sono eufemisticamente chiamate le enclave che, dal secolo scorso, delimitano il mancato decollo economico. Tesi che data dal 1994: anno in cui fu varato il primo ciclo, con cadenza quinquennale; che successivamente divenne settennale. Le risorse stanziate, tutt’altro che modeste – al punto che nel Mezzogiorno non sono state interamente spese – non hanno tuttavia alcunché a che vedere con lo sforzo, realizzato in Germania, per sviluppare i Länder della ex DDR. Sforzo che rappresenta l’unico caso di successo, in Europa, almeno nell’epoca moderna, di un intervento dall’alto. Le somme impiegate nel processo di riunificazione nazionale, da parte del Governo centrale, sono state pari, in 10 anni, ad oltre 1.500 miliardi di euro. In pratica l’intero PIL italiano. Per avere un parametro di riscontro, si consideri che il Piano per il Sud, ipotizzato da Silvio Berlusconi, dovrebbe essere pari a 100 miliardi da oggi al 2012. Ma questo è solo un aspetto del problema. Il Governo tedesco, per realizzare l’unificazione senza turbare eccessivamente gli equilibri politici del Paese, cedendo di fronte alle pretese degli abitanti della ex DDR, non esitò a determinare la crisi dell’European Exchange Rate Mechanism, mandando in tilt l’intero sistema dei pagamenti. Erano gli anni 1992 e 1993. La conseguenza fu la drammatica svalutazione della lira. Il debito pubblico della Francia subì, invece, una forte impennata. Entrambi i fenomeni furono determinati da un aumento del tasso di interesse, imposto dalla Bundesbank, per finanziare, drenando capitali dal resto del Mondo, i costi della riunificazione. Nonostante questi gravi scompensi, i cui effetti collaterali furono pagati da altri Paesi, quella scelta fu lungimirante. Se oggi la Germania ha la leadership indiscussa dell’Europa e non solo, questo si deve anche a quella politica. La Riunificazione non si limitò a spostare il baricentro del peso demografico dell’Europa. I nuovi lander rappresentarono la porta verso l’Oriente, in un momento in cui la globalizzazione allargava il mercato, includendovi soggetti in precedenza esclusi. Negli ex–paesi del blocco socialista iniziò, allora, un processo di delocalizzazione produttiva, favorito dalle forti differenze salariali. Qui fu decentrata, ad un costo infinitamente minore, parte della produzione industriale; mentre nel cuore del Paese rimanevano i rami a maggior valore aggiunto: i centri direzionali, la ricerca, le funzioni più nobili dell’assetto industriale.

Una lezione

Che lezione trarre da quegli eventi? Il traguardo di una maggiore coesione sociale richiede, almeno, due elementi: la disponibilità di risorse, non solo interne, ma internazionali; una politica economica che non faccia dell’intervento straordinario un caso a se stante. Una concessione, se si vuole, alle esigenze dell’uguaglianza o della solidarietà. Esso può funzionare e dare risultati solo se inserito in una visione di politica economica più vasta. L’intervento straordinario, in altri termini, non è mai fine a se stesso, ma solo uno strumento di politica economica. Se quest’ultima manca la sua utilità degrada fino a scomparire ed il rischio è quello di un boomerang insostenibile non solo sul piano finanziario, ma soprattutto su quello politico. E’ purtroppo la radiografia del nostro Mezzogiorno. Cominciamo dalle risorse a sua disposizione. La Lega insiste sui fenomeni di spreco, corruzione, malaffare e via dicendo. Che purtroppo questo sia un aspetto della vita meridionale è indubbio. Che sia un caso isolato e non la variante territoriale di un malvezzo più diffuso, una vera e propria falsità. Se fossero disponibili i numeri, vedremmo che la corruzione è più diffusa nel centro – nord, che non nel Meridione. E questo per un semplice calcolo probabilistico, visto che gli investimenti in quella parte del territorio sono di gran lunga superiori che non nel Sud.

Le ultime rilevazioni della Svimez ne sono una dimostrazione. Secondo un’impostazione tradizionale, recentemente abbandonata, la spesa in conto capitale per il Mezzogiorno doveva essere pari al 45 per cento di quella nazionale. E’ stato un traguardo mai raggiunto. La punta più alta si è toccata, infatti nel 2001, con una percentuale pari al 41 per cento. Ma da allora è stato solo un lento declino. Il punto di minima era stato toccato nel 2004, con una percentuale del 25 per cento. Poi una faticosa salita fino al 32,9 per cento nel 2007 (ultimo dato disponibile). La cosa più grave è che queste cifre includono anche gli investimenti realizzati con i fondi comunitari. Dovevano essere aggiuntivi proprio nella logica di uno sforzo maggiore per non smarrire il nesso della coesione sociale. Sono stati, invece, puramente integrativi: volti a compensare le gravi carenze nazionali. Se si considerano, infatti, i valori pro–capite, le differenze con il centro-nord oscillano tra un meno 5 per cento (2006) ad un meno 9,1 per cento (2007).

Spesa corrente

Discorso ancora più pesante se ci si sposta sul fronte della spesa corrente. Le differenze, sempre in termini pro-capite, sono ancora maggiori: da un minimo del 16,6 per cento (2007) ad un massimo del 20,2 per cento (2004). La frattura ha un connotato strutturale che deriva dalla forte incidenza della spesa previdenziale, che si concentra soprattutto nel centro-nord. Nel Mezzogiorno questa percentuale è stabile, intorno al 27,3 per cento. Tutto il resto si dirige altrove. La spiegazione è solo in parte evidente, visto il diverso tasso di occupazione. Cui sommare, tuttavia, le mille disfunzioni dell’attuale sistema pensionistico. Nel centro – nord, la spinta al prepensionamento o alle pensioni di anzianità trova giustificazione nella caratteristiche del mercato del lavoro. Godere della pensione ed, al tempo stesso, esercitare una seconda attività, magari in nero, rappresenta un’abitudine diffusa. Nel Mezzogiorno, invece, la pensione è, per molti, l’unica forma di sostentamento. Una pensione, bisogna aggiungere, conseguita il più tardi possibile, visto che il suo livello è in genere più basso rispetto al salario percepito. Un forte disincentivo ad evitare fughe anticipate dal lavoro. Naturalmente per coloro che ancora godono di questo più raro privilegio.

Dare e avere

Dobbiamo insistere su questo aspetto. Nei grandi equilibri finanziari italiani, la spesa previdenziale pesa notevolmente. Essa è pari a circa 14 punti di PIL e raggiunge circa il 40 per cento della spesa corrente dello Stato, al netto degli interessi. Ha in definitiva contribuito, in modo rilevante, alla crescita del debito pubblico, il cui onere si distribuisce in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Nel grande libro del dare e dell’avere dell’economia nazionale, quindi, vantaggi e sacrifici subiscono bizzarre compensazioni. Se sul Mezzogiorno pesa gran parte dell’economia sommersa – e questo non è certo un bene – sul centro-nord si riversano i grandi flussi di spesa pubblica, in un bilanciamento che rende quanto mai difficile separare il grano dal loglio, per gettare la croce solo su una parte della società italiana. Come uscire da questo labirinto? La più grave lacuna, per il Mezzogiorno, come abbiamo già detto, è l’assenza di una politica economica specifica: intesa come visione strategica sulle possibilità di sviluppo di quelle aree. I dati dimostrano che nelle relazioni essenziali, che caratterizzano oggi quel territorio, che ha le caratteristiche unitarie di una macroregione, è ancora predominante il modello “centro – periferia”: legami unidirezionali tra i luoghi di produzione di merci (generalmente il nord del Paese) e quelli del relativo consumo (le singole realtà del sud d’Italia). Il modello è simile a quello che, dall’inizio del ‘900 e per tutto il periodo della “guerra fredda”, ha caratterizzato i rapporti tra le grandi capitali occidentali e le loro colonie. Anche quando quest’ultime avevano ormai raggiunto la loro indipendenza politica, si diceva ch’era più facile comunicare per telefono tra Nuova Delhi e Londra; piuttosto che tra la prima e Bombay; nonostante le distanze relative fossero mille volte minori. Analisi simbolica per descrivere, al tempo stesso, un rapporto esclusivo e subalterno, che si risolveva tutto a favore del centro dell’impero. Non dimentichiamo che quelli erano gli anni dell’imperialismo e del neo-colonialismo. E quindi della totale e completa sottomissione.

Legami spezzati

Ciò che ha cambiato la geografia del Mondo – checchè ne dicano i no-global – è stato lo sviluppo del processo di globalizzazione. Esso ha aperto i confini, spezzato legami esclusivi ed ancillari, fornito alternative di sviluppo che i Paesi, usciti dal neo-colonialismo, hanno saputo volgere a proprio favore. Non si pensi tanto alla Cina, ed alle sue immense risorse, ma a paesi come la Corea del Sud, il Laos o il Vietnam, tanto per citarne alcuni. Dipendevano, in passato, dal blocco dei paesi comunisti o dagli Stati Uniti. Oggi i loro prodotti soddisfano i consumi di tutti i continenti. Come è potuto accadere? A guidare il processo di emancipazione è stato soprattutto il mercato. I grandi investimenti esteri, le immense disponibilità di mano d’opera, i costi, inevitabilmente, più contenuti. Certo: il processo non è stato indolore. Ma chi ricorda i tempi della prima industrializzazione, in Inghilterra, sa bene quanto quale fu il prezzo allora pagato dai proletari per consentire le forme di “accumulazione primitiva”. Un dato, però, è certo. Il successo conseguito, in termine di maggior benessere relativo di quelle popolazioni, grazie al traino del libero mercato, non è minimamente paragonabile ai risultati delle politiche di aiuto tentate, in oltre cinquant’anni di storia, dalle Istituzioni internazionali (ONU, Banca mondiale degli investimenti, FAO e così via) e dalle altre Organizzazioni umanitarie.

Manca il mercato

Queste semplici osservazioni, portano ad una prima conclusione. Nel Mezzogiorno d’Italia il deficit più importante è l’assenza del mercato. Quando parliamo di mercato non intendiamo le astrazioni degli economisti. Il luogo teorico in cui domanda ed offerta si incontrano per determinare il prezzo dei singoli prodotti. Pensiamo ad una realtà concreta in cui questo scambio realmente si manifesta. Ma se il territorio è segmentato, se mancano le infrastrutture, se i diversi centri di scambio non sono collegati, se manca la rete: ecco allora che viene meno il presupposto stesso del mercato e quindi del suo possibile ruolo propulsivo. Questa è oggi l’immagine più vera del Mezzogiorno. Esistono collegamenti – sebbene incerti e faticosi – tra Roma e Reggio Calabria, tra Palermo e Milano. Ma dov’è il reticolo orizzontale? Si provi ad andare da Brindisi a Cosenza, dall’hinterland napoletano alla Capitale della Regione: i tempi di percorrenza, nonostante la maggiore vicinanza territoriale, sono biblici. Ed ecco allora che è inutile impiantare depositi, aziende, succursali di prossimità. Meglio spedire da Milano verso le diverse regioni meridionali. I costi sono minori. I tempi di consegna più celeri, i rischi più bassi. Le conseguenze di questa assoluta verticalizzazione si colgono nell’andamento del quadro macro-economico. Nel Mezzogiorno il peso delle importazioni nette è pari a circa il 20 per cento del PIL prodotto. Esiste, in altri termini, una domanda valutabile in diversi miliardi di euro che non dà luogo a fenomeni di localizzazione produttiva. Non spinge verso economie di scala, non alimenta processi prospettici di sviluppo. Al tempo stesso questa difficoltà impedisce di sfruttare le grandi potenzialità del bacino mediterraneo e più in generale del commercio internazionali. Esistono grandi porti naturali (Taranto, Gioia Tauro, Ragusa) ma sono delle semplici enclave che non hanno un retroterra collegato. Non sono fattori di sviluppo e, al tempo stesso, rischiano di essere facilmente bypassati dalle grandi innovazioni nel sistema dei trasporti internazionali.

Infrastrutture

Ha scritto, giustamente, Mario Monti nel rapporto che gli è stato commissionato da Manuel Barroso (Una nuova strategia per il mercato unico – maggio 2010): “E’ impossibile immaginare un mercato unico senza le infrastrutture fisiche che colleghino le sue diverse parti: strade e altri collegamenti di trasporto, reti elettriche, reti di comunicazione elettronica e reti idriche. Le strutture sono indispensabili per garantire la mobilità su cui si basa un mercato integrato funzionante e lo sviluppo sostenibile, come pure per garantire la coesione territoriale. Sebbene siano stati riconosciuti l’importanza della dimensione infrastrutturale del mercato unico e il ruolo centrale svolto dalla UE nello sviluppo delle reti trans europee, sussiste una serie di ostacoli che impedisce il ‘pensare europeo’ in questo settore”. Se questi sono i limiti dell’esperienza comunitaria, nel Mezzogiorno siamo addirittura all’anno zero, come dimostrato dal sostanziale fallimento del Quadro comunitario 2000 – 2006. Tante piccole, spesso inutili spese, poste ben al di sotto delle disponibilità finanziarie esistenti, ma nessun serio tentativo di unificare il territorio quale premessa di quel “pensare meridionalista” che rappresenta la pre-condizione di ogni tentativo di riscatto economico e sociale.

Realtà diverse

Qual è la ricaduta complessiva di queste osservazioni? In un Paese dualista come il nostro non può esistere una politica economica dalle caratteristiche univoche. A realtà diverse devono corrispondere politiche diverse. Se nel nord è sufficiente liberalizzare il mercato, sciogliendo i vincoli del cosiddetto “socialismo municipale”; nel Mezzogiorno il mercato deve essere ancora creato. Ed affinchè questo si realizzi è necessario un intervento prevalente dello Stato centrale. E lo Stato che deve realizzare le precondizioni del successivo possibile decollo. E’ un antico problema che si è più volte affacciato nella storia. Quando l’Inghilterra, con il suo liberismo, dominava l’Occidente, la Francia continuava con le sue pratiche colbertiste, la Germania con una forte regia centralista. L’Italia ha visto prevalere, nel tempo, l’una o l’altra concezione. Ma in un orizzonte che è rimasto sempre circoscritto – se si esclude la prima esperienza della Cassa per il Mezzogiorno –al vecchio Triangolo industriale. La stessa cosa è avvenuta sui temi della politica industriale. Anche allora si è discusso sull’efficacia del libero scambio, quando invece, con politiche di tipo protezionista, era necessario difendere le industrie nascenti. Ecco allora l’esigenza di una politica doppia, pur nel rispetto di alcuni valori di fondo. Più libertà al nord; più Stato nel Mezzogiorno, per supplire alla mancanza di un vero e proprio mercato. Sono i temi di quel “Piano per il Sud” che il Governo ha più volte annunciato, ma di cui ancora non si conosce il dettaglio relativo. Una cosa comunque è certa: il federalismo – malgrado le tesi opposte della Lega Nord – da solo non basta. Il disegno assume una sua coerenza solo se a questo nuovo assetto istituzionale fa da pendant un coraggioso intervento dall’Alto, rivolto a creare le precondizioni di un possibile sviluppo.

Ci sono le condizioni? Finora il Mezzogiorno è stato sostanzialmente descritto utilizzando prevalentemente le categorie dell’inedia e del mancato sviluppo. Quasi si trattasse di un fatto antropologico. E’ un’immagine distorta che guarda solo in superficie. Che non riesce a cogliere quel che si muove, seppure in un groviglio di contraddizioni e di ritardi. La riflessione più attenta dimostra il contrario.

Punte di eccellenza

Tra il 1995 ed il 2008 – ma la tendenza è continuata anche nel 2009 – il PIL pro capite delle Regioni meridionali è cresciuto di più di quelle del centro – nord. Le punte di eccellezza sono la Basilicata, il Molise e la Calabria. Tesi solo in contraddizione apparente con la denuncia di un maggior squilibrio complessivo tra le diverse aree del Paese. Stiamo parlando di reddito pro-capite: del rapporto, cioè, tra i volumi effettivamente prodotti e popolazione residente. Quel rapporto è positivo non per il prevalere del numeratore, ma perché la popolazione residente diminuisce, anno dopo anno, a causa dei fenomeni di emigrazione. Un fenomeno, piuttosto recente, che ci riporta agli anni ‘60 e ‘70: quando l’unica alternativa di vita per tanti giovani meridionali erano le fabbriche del nord. Fenomeni di questa natura, che hanno una dimensione di massa, mostrano una voglia di riscatto che non va sottovalutata. Al momento essa ha una dimensione soprattutto individuale. Ma ci vuole ben poco per trasformarla in un fatto collettivo ed in un riscatto di carattere sociale.

Ma nel Mezzogiorno – si dice – il territorio è ostaggio delle grandi organizzazioni criminali. Questo dato di contesto, indubbiamente, inibisce l’attività economica. Scoraggia l’investimento sia italiano che estero. Ma lo stesso radicamento di tipo mafioso è la conseguenza delle debolezze dell’attuale struttura di mercato. E non solo perché lo scarso impiego delle risorse nutre una manovalanza, costretta comunque a sopravvivere. Ma perché la frantumazione del territorio, l’assenza di collegamenti rapidi, crea le condizioni più favorevoli allo sviluppo di quelle attività. Quante stazioni di polizia dobbiamo creare? Una in ogni piccolo comune per combattere una battaglia improba con cosche che l’isolamento favorisce? Se vi fosse quel reticolo di comunicazioni basterebbero un numero di presidi minori, dotati tuttavia di una maggior forza organizzata, con conseguente risparmio, a livello regionale, di uomini e mezzi.

Come la si metta, sono sempre le strozzature fisiche a farla da padrone. La mancanza di adeguate infrastrutture capaci di dare un respiro più ampio ad un territorio che negli anni ha mantenuto una sostanziale omogeneità. Questa più ampia dimensione territoriale può divenire il perno di una politica unitaria, da non frantumare nel rispetto delle articolazioni amministrative. La Regione conterà sempre più nella prospettiva del federalismo, ma in queste terre, a differenza di altri parti d’Italia, dovrà prevalere una visione di carattere più generale. Ed all’interno di questo contento, una specializzazione funzionale, rispetto alle linee strategiche di politica economica che si vogliono perseguire. Il Mezzogiorno, ancora oggi fuori dell’orizzonte della globalizzazione, ne è invece una delle principali arterie: ancora tutte da scoprire.

La Cassa

Il pensiero torna, nuovamente, alla Cassa del Mezzogiorno, ad un’esperienza che subì negli anni una profonda involuzione, ma che nel pensiero originario di Saraceno aveva una sua indubbia vitalità. Allora si era compreso che il teatro d’intervento doveva riguardare l’intero territorio e la sua struttura sostanzialmente unitaria, rispetto alla vocazione regionalista del resto dell’Italia. Dove, invece, si manifestavano fin da allora forme forti di specializzazione produttiva e tratti distintivi che avevano origine in storie e culture diverse: si pensi solo alla cosiddetta “Terza Italia”, al “nordest”, alla Toscana e così via. Oggi si tratta di riprendere quell’ispirazione originaria, ma declinarla in modo diverso: non all’interno di un paradigma di tipo keynesiano, ma orientandola verso la creazione di un mercato unitario, fortemente integrato con il resto dell’Italia, il Mediterraneo ed i grandi flussi commerciali provenienti dalla Cina e dal Sud-est asiatico. E’ il grande insegnamento che deriva da una riflessione, come si diceva in precedenza, sull’esperienza tedesca, fondata sulla forte integrazione dei vari elementi che dovrebbero comporre una linea di politica economica.

Grande progetto

Questo deve essere il grande progetto da finanziare sia con soldi pubblici che con l’investimento privato: non solo nazionale. Anche in questo campo, il mercato è più avanti della politica. Le grandi risorse finanziarie, accumulate dai paesi a più recente industrializzazione, sono da tempo disponibili, anche in Italia, per realizzare progetti di integrazione. Non si pensa solo alla logistica. Ma a creare stabilimenti più a ridosso ai mercati di sbocco. Se la FIAT, a Pomigliano, decide di riaprire lo stabilimento per produrre la Panda, lo fa, indubbiamente, sulla spinta di un forte sentimento nazionale. Lo fa, tuttavia, anche perché coglie un’occasione, seppure ancora non espressa, di sviluppo e di reddito per l’investimento che si rende necessario. Il caso di Marchionne può non essere la rondine che fa primavera. Può essere un’indicazione più ampia che tutti dobbiamo saper cogliere impegnandoci a scrivere una pagina nuova per recuperare il tempo perduto e dimostrare che l’Italia, con la sua lunga storia, può essere all’altezza delle sfide che popoli, non certo inferiori, ma nemmeno migliori di noi, stanno affrontando con indubbio successo.

01 - 46° Congresso Nazionale del PRI, 02-Le Tesi del 46° Congresso Nazionale del PRI